Grande studio su Baudelaire. Polleri interpreta l’oscenità

Recensione di Martino Ciano. In copertina: “Grande studio su Baudelaire” di Felipe Polleri, Wojtek, 2024
“Grande studio su Baudelaire” di Felipe Polleri è un romanzo che ci lascia attraversare un mondo che si specchia e che si compiace nel proprio “nonsense”.
Tramite un labirintico, quanto sintetico, viaggio nella mente di uno scrittore che “dovrebbe essere condannato a morte” per le “oscenità” che ha scritto, Baudelaire diventa ipotetico antesignano di un macabro rito, ossia la celebrazione di una scrittura che sconvolge per la sua indecenza.
Una dissolutezza che non è mai fine a sé stessa, ma che interroga, che fa del lettore il suo oggetto, perché è lui che deve continuare la discesa negli inferi. In fondo, la letteratura e la poesia dovrebbero fare questo: spingere chi legge a ricercare nel torbido, nel sepolto, la sua vera natura.
E colui che ha il coraggio di istigare questo, dove lo mettiamo?
“Lo mandiamo al patibolo”, direbbe qualcuno. “Lo mettiamo ai margini”, potrebbe rispondere qualcun altro. Fatto sta che, in entrambi i casi, lo scrittore diventa un pericolo per gli altri, perché squarcia il velo dell’incanto e penetra la realtà, rimanendo però al di fuori di essa.
Insomma, Polleri, pur divagando, anche saltando di palo in frasca senza però perdere il filo del discorso, ci trascina in una storia breve, allucinata e allegorica.
L’autore si fa portavoce tanto della tradizione ispano-americana, visto che è uruguaiano, quanto ponte tra Nuovo e Vecchio continente. Si lancia in una avventura degna del miglior don Chisciotte, con l’unico obiettivo di spazzare via quel drappo di ipocrita compiacenza che rende persino la tragedia una storia a lieto fine.
E nel suo giocare con il linguaggio, con una dimensione onirica che pesca dal reale, che parafrasa l’opera di Baudelaire, che si finge “novità” quando invece è solo un’altra “ripetizione”, lascia a ciascuno la libertà di interpretare secondo la propria sensibilità.
In fondo, il “Grande studio” non è altro che una delle tante interpretazione del “non senso”; ma è anche la vicenda di uno scrittore che abbandona la via comoda per incamminarsi lungo la selva, nella quale ogni tormento diventa un frammento, un capitolo, un romanzo, un personaggio, un amico o un cattivo suggeritore.
E poi, come diceva il nostro Nietzsche: “non esistono fatti, bensì interpretazioni”, ed è proprio in questa affermazione, che “indebolisce” ogni evidenza e ogni certezza, che si insinua la forza della creatività di cui l’arte si ciba.
