La scopa del sistema. Wallace e l’isterica ironia del mondo

La scopa del sistema. Wallace e l’isterica ironia del mondo

Recensione di Martino Ciano. In copertina: “La scopa del sistema” di David Forest Wallace, Einaudi, edizione 2012

Incominciamo a leggere e capiamo fin dalle prime righe che la logica delle cose non segue le strade ordinarie. Di solito siamo abituati a folgoranti incipit che provano a calarci in quello che è il tema del libro, qui invece si parte dalla constatazione “che ragazze belle hanno di solito dei piedi brutti”. E va bene, andiamo avanti, in fin dei conti la cosa è interessante.

Proseguendo, incappiamo in qualcosa di tragicomico: una scena che ricalca la vita degli studenti di un College americano, con i ragazzi che inseguono le pollastrelle e le pollastrelle che non vedono l’ora di farsi acchiappare dai maschi.

Tutto mi ha riportato a quei film demenziali anni Ottanta di stampo yankee che venivano mandati in onda in seconda serata, quando la prima serata iniziava alle ore 20.30. Vi ricordate “Porky’s” che ci faceva sbellicare dalle risate per le sue trovate assurde? Continuando nella lettura, però, sbuca il personaggio della bisnonna della protagonista del romanzo, Lenore, che è fuggita dalla casa di riposo in cui passava i suoi giorni da novantenne rattrappita. La nipote si mette alla ricerca e inizia a ricordare del legame che ci sarebbe stato tra l’anziana e il filosofo Wittgenstein.

Logicamente non finisce qui, però la smetto io altrimenti rendo questo articolo una sinossi.

“La scopa del sistema”, primo romanzo di David Forest Wallace, pubblicato nel 1987, non ha bisogno delle mie parole per essere incensato o demolito, ma necessita di voi, perché senza lettori anche un’opera già consegnata alla storia della letteratura resta un bel simulacro a cui rifarsi solo per partito preso. Certo, non tutti troveranno questo libro entusiasmante, perché di opere così prima bisogna acciuffare il senso, poi bisogna comprenderne il clima e, infine, bisogna fare il possibile per seguire il tessuto logico ordito dallo scrittore.

Troppo difficile? No, soprattutto se siete fuori da certe strategie commerciali contemporanee che classificano i libri come “oggetti utili per il tempo libero”. “La scopa del sistema” ci fa capire invece che leggere è un divertimento da prendere con serietà e, principalmente, non ci consegna certezze, ma ci getta ancora di più nel mezzo della confusione. Infatti, un’opera come questa sventra le convenzioni, i pregiudizi e le comfort zone.

Okay, ma cos’è “La scopa del sistema”? Nient’altro che un romanzo dal linguaggio isterico, in cui ogni situazione viene esasperata e ogni personaggio viene disossato, o per meglio dire “de-sacralizzato”, quindi strappato dalla sua unicità, dalla sua posizione di essere al di fuori dell’ordine costituito. Questo esercizio butta nel panico il lettore che vuole “buoni” e “cattivi”, “simpatici” e “antipatici”, “eroi” e “antieroi”. Qui troviamo un mondo senza vere e proprie individualità, ma costellato da frammenti di comportamenti che si appiccicano addosso a qualcuno con lo scopo di amalgamarlo al resto. Detto in soldoni: è il sistema che va spazzato via.

La scopa del sistema: un simpatico rebus

A inizio articolo ho tirato in ballo Wittgenstein. Ecco, partiamo da lui, d’altronde le sue tesi sono la base dell’intero romanzo. Il suo sistema filosofico, prima di aver deciso di demolirlo, è racchiuso in due proposizioni: “il mondo è tutto ciò che accade” e “su ciò di cui non si può parlare si deve tacere”.

Ora, a ciascuno di noi capita qualcosa; inoltre, già la nostra presenza sulla faccia della Terra fa di ognuno “il demiurgo” di qualche accadimento che influisce sulla sfera privata e pubblica. Insomma, anche noi partecipiamo ai fatti quotidiani che rendono vivo il mondo. Ciononostante, se ci limitiamo a ragionare per fenomeni, di poche cose riusciamo a dire tutto, di altre solo dei frammenti dell’insieme, della maggior parte invece non riusciamo a comprendere granché; se poi vogliamo soffermarci sulla “cosa in sé”, allora in nessun modo riusciamo a svelare il “perché assoluto”.

Tutto ciò rientra nella sfera dei limiti del linguaggio e della chiarezza espressiva. Vero è che per buona parte della sua vita Ludwig sostenne che la filosofia dovesse chiarire e non girare intorno ai problemi, complicandoli ulteriormente. Alla fine, però, anche lui si è infognato: le domande hanno vinto, le risposte sono diventate vaghe.

Il risultato quindi è questo: tutto ci è dato, persino le reazioni. Pertanto, “La scopa del sistema” è un ironico balletto che si muove tra uomini e donne esasperati dalla quotidianità, che provano a liberarsi dei propri demoni attraverso psicoterapeuti che sono più inguaiati di coloro che curano e che “se ne vanno a zonzo con il cervello” per cercare di comprendere da un’altra prospettiva loro stessi. Ma alla fine, tutto può starci, anche “un’eccitante fuoriuscita di sangue dal naso”, perché ogni evento che accade non ha bisogno della nostra logica-incastonatrice

Bel guazzabuglio? Non solo bello, ma intricato e irrisolvibile. Perciò Wallace usa l’ironia, la demenzialità, servendoci un mix di Bukowski e Hölderlin nel meglio delle loro sbronze, e non solo. Ecco perché “La scopa del sistema” è una dura critica al modernismo e alla psicologia, in quanto confondono di più l’umanità.

Ecco anche perché a guardia di Cleveland, città in cui è ambientato il romanzo, qualcuno ha fatto costruire un deserto (logicamente, questo è un elemento di pura fantasia messo lì dall’autore). Il deserto infatti è il simbolo dell’origine, dello stato precognitivo dell’uomo, nel libro invece è elevato a luogo sacro e misterioso che dovrebbe rievocare nel visitatore il suo stato primigenio.

Questo per dire che c’è tanto da apprendere leggendo “La scopa del sistema”, romanzo che esalta la parola e che è frutto della più artistica interpretazione del pensiero di Wittgenstein.

Post scriptum

Ho scritto questa riflessione durante una pedalata in cyclette durata 57 minuti e mantenendo una media di 105 Rpm. Questo isterismo del pensiero è stato quindi provocato dall’attrezzo; le parole sono le mie, ma sono frutto di associazioni, anzi di dissociazioni provocate da un certo benessere psicofisico.


 

 

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