Qohelet: “Tutto è vuoto, un immenso vuoto”

Articolo di Domenico Frontera. In copertina un particolare di “Allegoria della vanità” di Nicolas Régnier
“Parole di Qohelet, figlio di Davide re di Gerusalemme. Un immenso vuoto – dice Qohelet – un immenso vuoto, tutto è vuoto! Quale valore ha tutta la fatica che affatica l’uomo sotto il sole?” (Qohelet 1, 1-3)
Qohelet è l’unico “autore” della Bibbia che abbandona la concezione della storia, intesa come processo lineare e messianico, aperto all‘eschaton, alla “terra promessa”, sostituendola con l’antico senso della “ciclicità” del tempo; dell’eterno ritorno delle cose. La storia, dirà, è senza direzione: “Non c’è niente di nuovo sotto il sole”, tutto si ripete da sempre e l’uomo è come chiuso in un carcere da cui è impossibile evadere.
Per Qohelet, Dio nel cuore umano ha messo il senso dell’eterno, ma l’uomo non riesce a comprendere l’inizio e la fine della creazione divina, cioè il senso, il perché dell’esistere. Tutto ciò che esiste e tutta la storia appaiono già strutturati in maniera definitiva così da “Non potervi aggiungere nulla e nulla togliere”.
È come se il mondo sia governato da un modello prestabilito. Egli sembra parlare con la stessa angoscia dell’uomo post moderno: “Non c’è più nulla da scoprire”, tutto è hebel, vuoto, nulla, dirà Ceronetti nella sua traduzione del libro. Ma perché Qohelet rompe con la tradizione? Perché rifiuta questa idea di un tempo lineare e progressivo? Le ragioni sono tutte nella sua polemica contro la teoria della retribuzione e quella della “nuova apocalittica”, che nel III secolo a.C. si stava imponendo e che è rappresentata in maniera emblematica nel libro di Enoch.
Secondo Qohelet, quella idea teologica che afferma che al giusto, al timorato di Dio, a colui che rispetta il patto mosaico, non capiterà mai la stessa sorte dell’empio è banalmente confutata dalla realtà. Al giusto ed al peccatore è riservata la stessa identica fine; tutto è soffio, tutto è un inutile vuoto.
Per “Colui che presiede l’assemblea” (questo sta ad indicare in ebraico il termine Qohelet) è una illusione anche sperare in qualche “potentato angelico”, in qualche intervento divino che metta fine all’ingiustizia del mondo perché anche questo sperare non è che vanità ed un inseguire il vento. Il Dio di Qohelet è veramente un “Deus absconditus”, la sua immensità non ha nulla di rallegrante; meravigliosa in sé, resta pura impenetrabilità: “Dio è nei cieli e tu stai sulla terra” e l’uomo “Non può contendere con chi è più forte di lui.”
Di fronte a questa visione, ogni dialogo fra creatura e Creatore si spegne ed ogni parola di salvezza diventa logora. Siamo in presenza di una teologia distante dalla sontuosa ideologia profetica o da quella dell’alleanza, distante dalle visioni apocalittiche, tipo quelle contenute nel libro di Enoch, che promettono, in qualche modo, una redenzione della storia.
Lo sguardo di Qohelet è quello di un intellettuale che pensa “laicamente” in maniera sorprendentemente moderna, che non nega Dio ma che coglie un mondo in cui il relativo sembra essere l’unico assoluto e l’insoddisfazione l’essenza della vita umana; Dio esiste, agisce, ma la sua azione è incomprensibile all’uomo e ogni teodicea, ogni tentativo teologico di giustificarne la sua “non presenza” nella vita, è hebel, è vuoto. Di fronte a questa teologia così nuda e povera, così antropologicamente pessimistica: “Ho in odio la vita, mi fa orrore tutto quanto si fa sotto il sole!”. Come si può definire Qohelet “parola di Dio”?
Come può questo libro di natura sapienziale, influenzato anche dalla cultura ellenistica del III secolo a.C., periodo in cui probabilmente venne scritto, essere stato accettato nel canone sia ebraico che cristiano?
Le ipotesi e i motivi sono tanti ma la ragione principale, a nostro avviso, risiede nella forza e nella bellezza stessa del testo, nelle domande così radicate in ogni essere umano da non poter essere eluse o ignorate. Dirà De Benedetti: “È di grande importanza che Qohelet sia stato incluso nel canone biblico: ciò significa che una religiosità così laica, conflittuale, critica, negatrice di tutta la tradizione, è legittimata addirittura come “parola di Dio”. Non dobbiamo vedere in questo qualcosa di contraddittorio, quanto piuttosto una implicita ammonizione a coloro che si adagiano soddisfatti nel pensare religioso e che considerano il pensare laico un affronto fatto a Dio”. (P. De Benedetti, “In mezzo al villaggio. La dimensione della laicità nell’ebraismo”, in Qol nn. 11-12, settembre – dicembre 1987).
Il silenzio di Dio e della vita non è quindi una maledizione, anzi, Qohelet nella sua sconsolata ricerca di senso evidenzia i limiti della ragione e del credere, aprendo l’orizzonte al dubbio ed al mistero delle cose che ci richiamano costantemente a ricercare, con un profondo senso di umiltà, lontani da ogni dogmatismo e da risposte preconfezionate, il senso autentico e disincantato del nostro essere “gettati nel mondo”; la ricerca infinita infatti e non l’approdo ad un “porto sicuro” è l’essenza stessa del nostro esistere.
Nella storia del pensiero e della letteratura mondiale, l’influenza del libro del Qohelet è davvero notevole e come esempio vogliamo riportare un brano tratto da uno dei 49 racconti di Hemingway dal titolo Un posto pulito, illuminato bene: “Spegnendo la luce elettrica, egli continuò la conversazione con se stesso. Di che aveva paura? Non era paura né terrore. Era un nulla che egli conosceva anche troppo bene. Era tutto un nulla e un uomo era nulla lui pure. Alcuni di quel nulla vivevano senza averne coscienza mai, ma egli invece lo sapeva bene, che tutto quanto era nada y pues nada y nada y pues nada… Ave, nulla, pieno di nulla, il nulla sia con te. Egli sorrise e si fermò davanti a un bar dove splendeva sotto la luce la macchina a vapore per il caffè espresso”.
A noi piace immaginare sul volto di Qohelet lo stesso sorriso dell’anonimo personaggio del racconto di Hemingway, che chiaramente si ispira al testo della Bibbia. Un sorriso che, nonostante e forse soprattutto perché ha coscienza del “non senso delle cose”, rivela la capacità di riuscire a gioire di ciò che di buono “il Dio, il nulla, ci concede”.
