Più forte del tempo di Ilaria Pizzini

Più forte del tempo di Ilaria Pizzini

Recensione di Simona Visciglia. “Più forte del tempo”, edito da Affiori nel maggio 2025, è il romanzo d’esordio di Ilaria Pizzini, già scrittrice di racconti pubblicati in varie antologie e riviste online

Da Pavia, Caterina (detta Cate) si è appena trasferita in Toscana per vivere con Giorgio. Durante una passeggiata nello storico borgo, la protagonista prova l’inspiegabile sensazione di conoscere già quel luogo. E ancor di più è attratta da una piccola casa che sembra “parlarle” e che acquista senza pensarci troppo.

Mentre il rapporto con il suo compagno si fa teso fino alla rottura definitiva, Cate si ritrova tra le mani un ritratto di donna sul cui retro è riportato il nome di Maria Caterina Cantoni. La figura femminile è straordinariamente somigliante alla nonna materna di cui sa pochissimo. Il misterioso dipinto la spinge ad avviare un’indagine per scoprire chi sia la donna vissuta nell’Ottocento, in una ricerca che assume i contorni di una ridefinizione della sua stessa identità.

“Credo che il destino ̶ chiamiamolo così ̶ ti abbia portato qui e, per folle che possa sembrare, credo anche che tu riuscirai a trovare le risposte che stai cercando, o almeno lo spero. In ogni caso, so che questo è il tuo posto, almeno per ora” sono le parole che un’amica rivolge alla protagonista ed è su questa corda sottile che vibra l’intero romanzo di Ilaria Pizzini, una storia delicata e potente allo stesso tempo, come la sua protagonista.

“Più forte del tempo” si snoda su due binari temporali: da una parte la Caterina contemporanea, con le sue domande irrisolte e il desiderio di recuperare le sue origini; dall’altra, una galleria affascinante di donne del passato, le “Caterine”, che attraversano quasi un secolo – dal 1812 al 1884 – portandosi dietro una traccia misteriosa, un’eredità fatta di intuizioni, empatia che sconfina nel prodigioso, legami con la terra e con la memoria. La scrittrice alterna i capitoli con maestria, con una scrittura cesellata e visiva che sa essere intensa e ariosa allo stesso tempo.

C’è il racconto di un amore che finisce, di altri che si consumano di nascosto o che nascono inaspettati; c’è un’indagine puntigliosa e piena di colpi di scena che si svolge tra archivi, biblioteche, uffici dell’anagrafe e in vecchie case piene di segreti dimenticati. Ci sono donne che incantano, donne capaci di sfidare le leggi della natura, di curare e guarire. Ci sono descrizioni paesaggistiche in cui ci si perde nei colori e negli odori, in un viaggio sinestetico che ci porta sui luoghi dove tutto si svolge.

Il lettore, infatti, si ritrova immerso nel “profumo del gelsomino che occhieggia da tutti i muri rendendoli un ininterrotto arazzo bianco-verde” o è rapito dai “campi che offrono tappeti di papaveri vermigli”; passeggia tra le stradine bianche di Magliano o rivolge gli occhi al mare così come si può ammirare dalle mura che avvolgono, come un abbraccio, il paese.

Il romanzo si muove tra più generi – il mistero genealogico, il romanzo storico, l’affresco sentimentale, il racconto intimista – ma non perde mai coerenza né ritmo. È, anzi, proprio nella varietà dei toni e delle suggestioni che “Più forte del tempo” trova la sua peculiarità. È una storia che profuma di terra e di vento, di enigmi e di verità nascoste. Una storia di donne, soprattutto, e della potenza silenziosa delle loro radici.

In tutta questa ricchezza di contenuti, non è difficile individuare alcuni temi principali, attorno ai quali l’autrice imbastisce la trama intricata che tiene il lettore inchiodato alle pagine fino alla fine. Uno di questi è la Storia, quella con la maiuscola, perché gli anni in cui si muovono alcuni dei personaggi sono quelli della Spedizione dei Mille (e non solo): un gruppo di garibaldini, guidato da Callimaco Zambianchi, passò proprio da Magliano, arruolando tra le sue fila giovani volontari del posto. Su questi grandi eventi trovano il loro posto i piccoli eventi, quelli di una quotidianità vissuta con semplicità e coraggio, con passione e fiducia nel futuro.

Altro tema fondamentale sotto tanti aspetti è il Tempo, come si intuisce già dal titolo. Quando Cate arriva a Magliano per la prima volta, chiede al suo compagno di fare un giro sulle mura che circondano il paese. Poiché hanno appuntamento con degli amici in un ristorante, lui la fa desistere e lei gli risponde: «Ma se mancano ancora dieci minuti all’appuntamento! Vabbè, facciamo dopo, almeno possiamo prenderci tutto il tempo che vogliamo». Da questa breve e in apparenza insignificante risposta della donna il lettore può già intuire che il tempo è quello che ne facciamo. Caterina infatti dovrà fare i conti con il tempo che ha perso perché le mancano gli elementi per ricostruire il suo passato; con quello che ha inutilmente dedicato alla relazione con Giorgio; con il tempo che impiegherà per scoprire il mistero del ritratto.

Anche il tema delle assenze o della mancanza gioca un ruolo preponderante nello svolgersi della trama di “Più forte del tempo”. Ovviamente l’apparente mancanza di indizi risolutori per quanto concerne il mistero legato all’identità della donna del ritratto. E poi la mancanza di radici della nostra protagonista, condizione che pesa come un macigno sulla definizione completa della sua identità.

Quando Cate ritorna nella casa che ha condiviso con Giorgio, questa è descritta per sottrazione: “Le sue cose però non ci sono più: non la borsa appesa all’ingresso, non il posacenere appartenuto a suo padre sul tavolino, non i suoi documenti sulla libreria dello studio, non i suoi vestiti nell’armadio”. La ripetizione ossessiva della negazione “non” riempie l’indefinitezza di una parte della sua vita, in un ossimoro doloroso e non più accettabile. Gli oggetti mancanti sono un correlativo di altre assenze e vuoti che piano piano la protagonista colmerà.

Queste pagine, quindi, sono un viaggio nella storia e nell’anima; sono un tributo all’identità, alla memoria e a quella nostalgia di casa che solo pochi luoghi sanno guarire.

“È come se tutte la casualità che mi hanno portato qui abbiano per così dire un senso […] io che mi sono sentita provvisoria ovunque andassi, compresa Pavia, che pure è la mia città ̶ tutto sta componendo un disegno che ancora non sono riuscita a decifrare. Più invecchio e più mi mancano le mie radici”

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