Al supermercato: un razionamento ideologico

“Al supermercato: un razionamento ideologico” è un racconto di Martino Ciano
Sono apparso a me stesso in una stanza trasformata, per dispetto, in un luogo comune. Mi sembrava di essere nel mezzo di una corsia d’ospedale, poi mi sono reso conto che di fronte a me c’era uno scaffale pieno di scatole colorate contenenti riso soffiato e fiocchi di mais da fare scivolare in tazze di latte parzialmente scremato. Ero quindi in un supermercato, in un tempio moderno in cui si esorcizza la carestia.
In uno schermo gigante vedevo passare le immagini ultra-realistiche di un uomo che accarezzava le banane, che odorava pomodori, che baciava lattughe prima di riporle in un cesto. «Così – dissi sussurrando – un dipendente del supermercato che sto attraversando cura la roba che comprerò». Questo è amore, amore disperato. Forse è un rito di abbandono o un modo dolce per lasciarsi alienare dal lavoro, magari è una nuova forma di love bombing.
Rimasi fermo con le mani salde al carrello che stavo tirando. Ero apparso a me stesso nel luogo sbagliato, ma nel momento propizio. Io pensavo a un’imminente guerra nucleare, all’insorgenza di un fungo atomico tra il banco dei latticini e il reparto carni. Saremmo stati travolti tutti, saremmo stati trasformati in quanti. Evviva la disintegrazione che mescolerebbe le cose, dando un calcio nel culo al rapporto qualità-prezzo. Eppure, mi sembrava normale che l’inflazione riuscisse ancora a incidere sui nostri umori. D’altronde campiamo facendoci conti quotidiani.
Poiché nessuno ha davvero qualcosa da dire, al supermercato ho almeno qualcosa da fare. Oltre a comprare posso bestemmiare per l’aumento dei prezzi. Mi chiedo qual è il motivo, visto che nulla di apparentemente significativo è accaduto nella mia vita. Non me ne frega niente delle città distrutte dalla guerra. Non m’importa della follia dei dementi al potere, messi lì da un popolo di altrettanti dementi. So che il popolo-gregge cerca l’uomo-bestia, perché dopotutto gli piace farsi sbranare. E io odo le masse, persino la democrazia mi ha rotto le scatole. Il suffragio universale è una truffa.
Al supermercato penso addirittura a un libro recentemente letto sull’impresa di Fiume, che fu una sorta di Repubblica poetica in cui vigeva il libero amore, la libertà assoluta e la dissoluzione di ogni convenzione. Cazzo, sembrava Woodstock e invece era in un posto conteso da Italia e Jugoslavia, nell’anno del Signore 1919. Lì emigrarono, affascinati dall’impresa, giovani anarchici, comunisti, arditi, nazionalisti e primi ferventi fascisti. Non si capiva niente, insomma, però si andava quasi sempre d’accordo. L’importante era dimostrare di essere contro qualcosa. Reggeva il comando il poeta D’Annunzio. Erano tutti delusi, come oggi, dell’Italia retta da un Governo di idioti che non sapevano da che parte stare. Manco i confini nazionali sapevano difendere, tant’è che il popolo se ne andava in giro a parlare di una certa “vittoria mutilata”. Era finita da meno di un anno la Prima Guerra Mondiale e si tirava a campare.
Al supermercato, quindi, ero affranto perché avrei voluto partecipare a un’impresa del genere. Invece, contemplavo le tavolette di cioccolato, cercando quelle con circa l’ottantacinque percento di cioccolato fondente. E intanto la pubblicità sul maxischermo andava di continuo. Mi venne il disgusto verso quell’attore che, magari per quattro spicci, doveva impersonare un dipendente alienato che preferiva passare la notte a palpare frutta, piuttosto che a coccolare sua moglie.
Ecco, ero apparso a me stesso nel luogo sbagliato, ma nel momento propizio. Avrei potuto dare vita a una rivoluzione, lì nel parcheggio. Avrei potuto incendiare un’auto, magari la mia per dare agli altri il buon esempio. Prima però avrei dovuto pagare il conto alla cassa, dando alla cassiera l’impressione di essere felicemente annoiato.
