La prima luce: Emma Chapman e l’origine delle stelle

La prima luce: Emma Chapman e l’origine delle stelle

Articolo di Martino Ciano. In copertina: “La prima luce” di Emma Chapman, Adelphi, 2026

Partirò dalla fine di questo saggio, tanto vista la natura del libro non commetterò il reato di “spoileraggio”. Comincio dalle pagine in cui l’autrice spiega che l’astronomia è una materia che insegna, a chi la pratica, a sentirsi “insignificante”. Nonostante tutto, ciò non suscita malessere, ma la consapevolezza di quanto l’uomo sia una piccolissima parte del creato.

Ecco, guardare il cielo fa questo effetto. Penetrare l’Universo educa all’umiltà. Magari, un giorno, l’astronomia sarà una parte della terapia per domare il narcisismo di questi tempi bui? Vedremo. Intanto, diciamo subito che entrare in questo libro, pur tenendo conto che non è un argomento per tutti, è semplice e stuzzicante.

Emma Chapman ha il gusto per la divulgazione. Ci racconta la nascita dell’Universo; ci svela l’evoluzione del cosmo; ma soprattutto ci introduce alle “stelle” da cui tutto nasce. La sfida è la seguente: rintracciare le stelle appartenenti alla Terza Popolazione, ossia quelle che si formarono tra cento e duecento milioni di anni dopo il Big Bang.

La particolarità di questi astri è che erano composti solo di idrogeno e di elio. In loro non erano presenti metalli, ma proprio loro hanno avviato quella reazione a catena che oggi, a distanza di 14 miliardi di anni, ha permesso a noi di essere qui.

La prima luce: il problema dell’origine

Le prime stelle hanno avuto vita breve ed è per questo motivo che è così difficile captarle. Possiamo recuperare solo gli strascichi della loro presenza. Finora gli strumenti usati dagli scienziati sono stati enormi dispositivi telescopici, ma quelli che stanno dando maggiore soddisfazione sono le antenne che captano le onde radio.

Tale aspetto è di vitale importanza, perché l’Universo non solo si mostra ai nostri occhi, ma ha anche una sua voce. Ci sono interferenze che provengono dalle origini, da quell’immensa primordiale esplosione che accese il motore dell’esistenza.

Cosa c’era prima di quel momento non lo sappiamo ancora. Interrogarsi su chi abbia dato inizio a tutto questo è al momento solo un gioco di fantasia. La verità disarmante è proprio che ancora ne sappiamo poco. Man mano che continuiamo nella lettura, “La prima luce” ci apparirà come un romanzo fantascientifico. Chapman pungola la nostra immaginazione, arricchendo il nostro bagaglio culturale.

Per quanto piccoli, il cosmo è la nostra casa comune. Per quanto immenso, oltre l’Universo, che conosciamo solo in piccolissima parte, non c’è altro; e anche se ci fosse, nelle condizioni attuali, quell’altrove non è raggiungibile. Possibile che tutto questo non ci stupisca o non ci faccia cambiare prospettiva di vita?

Purtroppo no, ma questo è un altro discorso. Ciò che ci resta di “La prima luce” è il fascino che ci instilla nel cuore. Impossibile non captare anche la meraviglia della stessa autrice, per cui certe cose sono pane quotidiano. Eppure, Chapman non è mai sazia, e si nota che in alcuni punti deve pure “frenarsi” per restare nei panni della scienziata.

Sia ben chiaro, però, Chapman si prende tante “licenze poetiche“, proprio perché il suo compito è quello di sanare ogni nostro dubbio, in quanto uomini comuni abituati a sguardi fugaci verso il cielo inquinato dalle luci cittadine.

La prima luce” è un viaggio e come tale si può godere solo se si affronta con serenità. C’è una storia di quattordici miliardi di anni sulla nostra testa e di essa conosciamo solo un infinitesimo. Poi, che ci piaccia o meno, dobbiamo accettare che quell’infinitesimo siamo noi.

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