Eugenio Montale: il poeta dell’Oltre secondo Beverini

Recensione di Martino Ciano. In copertina: “L’Oltre: Eugenio Montale tra filosofia, fisica e religione” di Adriana Beverini, Il ramo e la Foglia edizioni, 2025
Forse a scuola ce lo hanno raccontato male, lasciandoci pensare a lui come qualcuno che andava “studiato” e “imparato” quel tanto che bastava per prendere un buon voto. Ecco, partiamo da questo, dai ricordi di noi studenti su Eugenio Montale, sull’Ermetismo e su quanto poco abbiamo compreso. Forse non del tutto per colpa nostra.
Ciò che ci mostra Adriana Beverini attraverso questo breve saggio è una figura inedita, toccata anche da altri studiosi nella stessa maniera, ma in questo caso con un approccio divulgativo che è un invito alla lettura del poeta ligure.
Eugenio Montale era affascinato dalle scoperte scientifiche della prima metà del Novecento, in particolar modo quelle che si riferivano al microcosmo atomico che “può essere ricostruito solo attraverso la probabilità”. Bohr, Einstein, Heisenberg e tanti altri ci fecero capire che la realtà non è proprio come la intendiamo noi, forse neanche esiste, tant’è che di essa abbiamo solo un cumulo di nozioni sbagliate.
Il discorso è lungo, ma chi ama la fisica quantistica con la sua sterminata galassia di teorie sa bene che molte nozioni creano ponti con le religioni orientali o con le più recondite idee filosofiche che circolarono in lungo e in largo per l’Occidente. Ecco, Eugenio Montale si trovò nel bel mezzo di quel dibattito e ne rimase folgorato, tant’è che le sue poesie hanno accolto quegli elementi.
Beverini è brava a non darsi troppo ad allegre interpretazioni, restando comunque nel perimetro delle fonti che utilizza. Una scelta saggia, perché le sue ipotesi, per quanto interessanti e parzialmente fondate, meriterebbero altri studi. Ciò non toglie che l’intero discorso intrighi il lettore, trasportandolo in un campo che, al di là del piano letterario, spinge a inoltrarsi in discipline che appartengono alla nostra quotidianità.
Lo scetticismo di Eugenio Montale è anche una risposta alla personale “ricerca di fede” nel tutto. Proprio questa continua esplorazione in campi diversi, apparentemente lontani tra loro, caratterizza lo stile del Premio Nobel ligure. I suoi versi sono dichiarazioni di intenti, comunicazioni al prossimo di un’anima che sa di essere chiusa in sé stessa e di potersi unire al resto dell’universo solo perdendo il proprio “io”.
Come? Questo è davvero difficile da comprendere. Se ne parla tanto e troppo, si imbastiscono tavole rotonde; oggi possiamo anche apprendere molte cose dai social, eppure ci sembra tutta vuota teoria. La scienza ci dice che “ogni cosa è tale perché in relazione con altro”. In sé velocità e tempo non esistono, ma ogni oggetto corre più o meno verso un punto o avverte lo scorrere del tempo sempre rispetto agli altri elementi che lo circondano.
Se ci pensiamo, i nostri comportamenti, i nostri giudizi, le nostre paure, tutto ciò che di entusiasmante viviamo, non è il risultato di una relazione con il prossimo? E se questo è vero, allora quando Sartre disse che l’uomo era un nulla, in quanto il suo essere è un affastellarsi di cose che provengono dall’esterno e dagli altri, non aveva tutti i torti? E in ultimo, cosa penserebbe oggi Eugenio Montale se fosse vissuto abbastanza per venire a conoscenza dei cosiddetti “neuroni specchio”?
Ecco, Adriana Beverini ci porta lungo queste strade, facendoci conoscere un poeta che, almeno per me, era lontano dalle visioni canoniche. Lunga vita quindi a questo breve saggio, che sa dire ciò “che non era” Montale.
