Nuvola

Nuvola

“Nuvola” è un racconto di Ilaria Pizzini. In copertina un’immagine di Martino Ciano creata con l’Intelligenza Artificiale

Vedo le nuvole.
Le riconosco sorelle, mentre gravide di umido caldo procedono tronfie sulla mia pelle. Ogni singola fibra del mio corpo stilla lacrime schiacciate come le lenzuola. Un sudario, una camicia di forza opprime il mio fiato in questa notte di luglio scirocco. Boccoli di fiato grigio mi entrano nel naso e nella bocca spalancata in un urlo muto. La gatta entra dalla finestra e si insinua nelle pieghe di una pelle che non ho più.
Sono una nuvola greve di pianto bloccata sul letto.
Questo letto, che abbiamo scelto insieme ma non è mai stato il nostro letto.
Questa casa, che abbiamo visto per la prima volta insieme ma non è mai stata la nostra casa.
Solo una sera ti sei fermato, poco più di un mese fa – già era iniziato il caldo di questa estate infinita – comunque controvoglia. Ero venuta in paese, con la scusa di sistemare qualche scatolone. Mi hai raggiunto: «Usciamo a cena». Il tuo leitmotiv, quella galanteria da falso signore, stretta come la tua mano che mi artiglia il gomito mentre attraverso la strada.

Possesso.
Abbiamo cenato, una tagliata di chianina che tu hai scelto e che ha invaso prepotente il mio stomaco.
Siamo rientrati, il divano non era ancora arrivato. Niente da fare se non andare a letto, le lenzuola spostate e la finestra aperta in un finto frescume. Ho preso un libro – dieci minuti neanche – sentendo la tua agitazione crescere al mio fianco.
«Me ne vado. È evidente che preferisci un libro a me».
Ti ho guardato stranita rivestirti di corsa e aprire la porta, tu che mi hai obbligata per mesi davanti a una tv che odiavo e che ti faceva addormentare in fretta– e guai a muovermi o fare altro, ti svegliavi all’istante facendo l’offeso.
Te ne sei andato davvero, io qui a piangere incredula, il senso del nulla drappeggiato addosso come una toga.
Fuori, nella piazza qui dietro le mura, una musica anni Ottanta condisce la notte dei molti turisti di questo paese d’inverno così quieto. Mi metterei a cantare se avessi fiato, ma la fatica del respiro non lascia tregua.
Arrivano a fiotti anche i ricordi, onde di mare increspato con una schiuma di acido muriatico.
Le tue bugie – tante, troppe. Le prime anche inutili, da bambino sciocco che sta ancora imparando a mentire.
«Non ho fumato» detto con il mozzicone ancora tra le mani.
«Torno presto, voglio cenare con mia figlia» mentre esci con gli amici.
Quando sono iniziate quelle vere? Forse la prima è stata quel «Ti capisco, anch’io sono solo» sospirato con empatico trasporto alla vedova del tuo amico appena scomparso, che ti confidava il suo senso di solitudine. Seduta di fianco a te sul divano – a evidente portata d’orecchio – ti ho guardato perplessa e te ne ho chiesta ragione, una volta posato il telefono. Hai negato di averlo detto.
Nemmeno tre mesi più tardi, era metà maggio, il weekend in moto con amici sconosciuti. Il ritrovo fissato nello stesso paese dove viveva lei, me ne rendo conto solo ora. Destinazione Francia del sud, dove mi hai portato in vacanza la scorsa estate. Neppure lo sforzo di cambiare meta, che squallore.
Lampi di ricordi squarciano la notte incapace di pioggia.
Ti rivedo, la tuta da motociclista che ti sta appena larga sulle spalle – sarà perché le tieni sempre un po’ inclinate in avanti, soprattutto quando cammini, con quell’andatura buffa e affrettata, a piccoli passi.
È quasi mezzanotte, la musica non accenna a diminuire. Siamo passati agli anni Sessanta – un evergreen in tutte le feste di paese e non solo. Sono i miei anni. Ogni canzone è scolpita dentro di me; conosco e ricordo ogni parola, questa memoria musicale mi affligge da sempre al pari di quella olfattiva.
L’odore del caldo mi avvolge la gola, un’ovatta persistente che vorrei mi bloccasse il cuore invece del respiro.

Affanno.
Lo stesso che costringe i miei sensi da quando mi hai mandato l’ultimo messaggio.
«Ciao, la donna di servizio è a casa mia il lunedì e il giovedì dalle 14.30 alle 16.30. Ti lascio il suo numero per accordarti ed aiutarti a prendere le tue cose. Ti lascio le chiavi di casa tua sul ripiano della libreria e, per favore, lascia le mie. Buon Vento!»
Buon vento. L’augurio più semplice e potente, quello che il vento ti sia amico e ti conduca dove vuoi andare. Ma non c’è vento in questa estate torrida e pesante, che non ci lascia scampo.
Sono tornata, di nascosto, in quella che avrebbe dovuto essere la nostra casa.
Le mie cose non ci sono più, la mia esistenza cancellata da un’ondata furibonda di maestrale. In compenso, in camera da letto un paio di ciabattine viola, una borsetta di paglia e una valigia piena di abiti. E il suo nome.
Sono tornata a casa – questa casa, la mia casa – strisciando come l’ombra appiattita dal sole di mezzogiorno. I giorni si disfano in gomitoli di pianto; le notti trasudano ricordi strazianti come il blues del clarinetto di un improbabile jazz.
E stasera sono qui, in questa notte di luglio scirocco, a guardare le nuvole ingannatrici di false promesse entrare di soppiatto dalla finestra e premere sul mio corpo per spremerne il dolore che profuma di aspro come i limoni dell’albero sotto casa.
Mi arrendo al loro abbraccio, non ho più forza per contrastarle.
Si insinuano in ogni piega, in ogni poro e obnubilano la mia mente sfinita. Sono parte di me, o io di loro.
Uno strappo, la carne martoriata sbrindella come fiocco e io, non più bloccata sul letto dalla gravità del pianto, danzo nel cielo d’estate e di stelle.
Sono una nuvola, e sono libera di volare.

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