Mahsha Amini. Storia di una rivolta

Mahsha Amini. Storia di una rivolta

Articolo di Letizia Falzone

La notizia della brutale uccisione di Mahsha Amini, non smette di indignare l’opinione pubblica iraniana che, stanca di repressione, malgoverno e sospensione dei diritti civili, è scesa in piazza per chiedere giustizia. La protesta è iniziata sui social, dove tante donne hanno scelto di tagliarsi i capelli in segno di lutto per la scomparsa della ragazza. Un gesto eclatante che nella cultura curda, di cui la giovane era originaria, viene compiuto come manifestazione del proprio dolore per la morte di una persona cara. Ma anche una forma di protesta contro un regime imposto a partire dalla rivoluzione islamica del 1979 sotto Ali Khomeini, che depose lo Shah Reza Pahlavi instaurando un regime dittatoriale, e che ancora oggi reprime qualsiasi forma di dissenso politico e religioso.

I giovani che popolano il Paese sono di una pasta diversa da quelli della rivoluzione degli ayatollah nel 1978, e molti osservatori internazionali guardano i disordini in quello che appare ancora nell’elenco degli “stati canaglia”, come un segnale che le cose potrebbero cambiare in meglio da un momento all’altro. O sarebbe meglio dire “tornare”, visto che prima del 1978 in quella che si chiamava Persia, con tutti i difetti del caso, c’era molta più libertà, soprattutto per le donne.

Ventidue anni, originaria del Kurdistan iraniano e in vacanza a Teheran con la famiglia, Mahsa Amini è stata arrestata il 13 settembre pe le strade della città sotto gli occhi dei famigliari, poiché indossava il velo (o hijab) in modo non consono secondo le leggi iraniane (dal 1981 i diktat islamici obbligano le donne ad apparire in pubblico con un abbigliamento che comprende chador e hijab). Mahsa Amini è stata prelevata e portata in carcere per seguire quello che doveva essere un corso per rispettare la legge iraniana sull’abbigliamento femminile. Da quel carcere però, Mahsa non è mai uscita.

La famiglia di Amini ha immediatamente chiesto giustizia e un’ondata di proteste si è diffusa per il Paese. Le foto e i video che ritraggono Mahsa Amini con il volto coperto di lividi hanno fatto il giro del web e diverse donne hanno manifestato contro le autorità iraniane sventolando il velo in segno di protesta. Uno degli aspetti nuovi, ha commentato la giornalista e attivista iraniano-statunitense Masih Alinejad, è che «questa è la prima volta che queste ragazze non sono sole. Ora gli uomini stanno con loro».

Amini è solo l’ultima di una lunga serie di giovani donne imprigionate o uccise dalle autorità iraniane; di alcune di loro si ha notizia, di molte altre no. La rete ha sottolineato inoltre l’eccezionalità delle proteste in corso, guidate dalle donne ma a cui stanno partecipando anche molti uomini, e ha definito Amini il simbolo per una generazione di giovani stanchi di essere maltrattati, messi a tacere e costretti a vivere nella paura.

Non è chiaro, comunque, a che cosa potranno portare le proteste, e l’abolizione dell’obbligo del velo non è forse un esito possibile. Il movimento contro il velo attraversa l’Iran da molti anni. E a maggior ragione, la questione non è il velo in sé, ma l’obbligo di indossarlo imposto dalla polizia morale, il cui compito è la «promozione della virtù e la prevenzione del vizio». Possono prendersela anche con gli uomini per una barba troppo lunga, ma soprattutto si occupano delle donne. Fermano chi usa rossetto, stivali, jeans strappati o gonne non abbastanza lunghe. Ma soprattutto vigilano sul corretto utilizzo dello hijab, il velo, che secondo la legge iraniana, basata su un’interpretazione della sharia, deve coprire tutti i capelli.

La morte di Mahsa ha risvegliato tante coscienze. Quanto successo alla giovane è stato definito un caso di femminicidio non isolato, ma parte di un massacro sistemico delle donne. Il movimento delle donne del Kurdistan, KJK, in questi giorni ha fatto un appello a tutte le donne affinché rafforzino «la loro lotta di autodifesa».

Il volto di Mahsa sta diventando “un esempio di vita, la scintilla della rivolta” così la definiscono i cartelli sollevati delle donne durante le manifestazioni contro il regime e contro il corpo di polizia responsabile di abusi e violenze. Soprusi che le donne iraniane fanno sempre più fatica a tollerare, per questo con coraggio gridano la loro voglia di libertà.

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