Louis Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte, Corbaccio

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

Non so quanto sia necessario scrivere ancora di Viaggio al termine della notte. Un capolavoro come questo non va presentato, semplicemente ne va consigliata la lettura; eppure, man mano che sfogliavo per la seconda volta le pagine di questo libro, mi sono detto: “voglio parlare di te”.

Come scriveva Bernhard nel suo Perturbamento: “L’amore è un’assurdità che in natura non c’è”; si tratta di un sentimento creato ad hoc per sopravvivere alla solitudine. E proprio mentre questa frase mi rimbalzava in mente, ho deciso di rituffarmi nel capolavoro di Céline. L’ho riletto a luglio, dopo circa dodici anni dalla prima “occhiata”. Infatti, la prima volta lo abbandonai a metà perché mi annoiò e non mi coinvolse. Addirittura, persi il libro. Poi, quest’anno è riapparso tra le mie mani, in formato regalo.

Ed ecco, è cominciato così il mio lungo viaggio in una scrittura cruda, grezza, priva di dolcezza… naturale. Le trincee della prima guerra mondiale, i sobborghi di Parigi, la decadenza del positivismo, l’America capitalista, il colonialismo, le grandi catene di montaggio, la disperazione di un secolo e la solitudine di uomini privati d’ogni sentimento. Già, l’amore è un sentimento che in natura non esiste, vige la legge del più forte. Céline racconta di tale assenza con un taglio ironico, che prima consola, poi, sul più bello, schiaffeggia.

La notte di Céline è come l’Apocalisse, ma ad esser giudicati non sono gli uomini, bensì i loro sentimenti. Più se ne privano, più diventano “naturali” ed eccessivamente lucidi; così la morte diventa simile alla vita e la follia è una via di fuga dall’apatia. E lui, Ferdinand, in cerca di qualcosa da salvare, non riesce a salvare neanche se stesso, perché questa neo-umanità tecnocrate, burocrate, positivista e avida, lo ha inghiottito. Non vale la pena combattere, non vale la pena cambiare il mondo, non vale la pena ambire.

L’unica certezza della vita è la morte. Ed ora non rompetemi i coglioni. Così dirà uno sconfitto psichiatra, che giunto ormai alla vecchiaia, può solo giudicare i danni di una scienza senza cuore e disumana, che ha separato gli uomini, senza dar loro un avvenire. In tutto il libro di Céline echeggia la mancanza di un futuro roseo per l’umanità. Pertanto, la notte che lo scrittore francese racconta è simile all’esodo biblico. L’umanità ha fatto il suo ingresso nel deserto, ma pensa di trovarsi in un nuovo Eden. E questa incapacità di riconoscere il disastro aumenta man mano che ci addentriamo nei sobborghi di Parigi, laddove il medico Ferdinand presta servizio. Qui, infatti, a rendere ancora più precaria la condizione degli uomini non è solo il degrado morale, ma anche la malsana idea che nel mondo ci sia spazio per tutti. La speranza di farcela è peggio della peste. Invece, basterebbe semplicemente vivere.

Vivere per vivere, che gattabuia! La vita è una classe in cui la noia è il professore, è lì tutto il tempo che ti spia, bisogna aver l’aria di essere indaffarati, costi quel che costi, in qualcosa di appassionante, altrimenti arriva e ti mangia il cervello. Un giorno, che sia solo un giorno di 24 ore non è tollerabile. Non dev’essere altro che un lungo piacere quasi insostenibile, una giornata, un lungo coito, una giornata, con le buone o con le cattive.

Così scrive Céline a pagina 391 di questo capolavoro, in cui l’uomo, nella sua naturale bestialità, è cacciatore e preda in una notte nella quale è impossibile intravedere punti di riferimento.

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