L’esercizio involontario del sogno di Nicola Argenti

Articolo di Leonardo Floriani. In copertina: “L’esercizio involontario del sogno” di Nicola Argenti, Les Flâneurs Edizioni, 2025
C’è un momento, nelle prime pagine di questo romanzo, in cui il tempo sta quasi per fermarsi davvero. Iperione, il Titano della luce primordiale, scende sulla Terra a quindici minuti dal sopraggiungere della fine del mondo e, il suo solo contatto con il suolo, imbavaglia ogni atomo, ogni corpuscolo, ogni molecola.
Il Bernardi rimane quasi immobile con il braccio teso verso casa, Padre Pasquali con un piede a mezz’aria, la Torre di Tokyo intrappolata in una caduta che ha il respiro lungo delle maree. Il mondo resta quasi paralizzato in una posa grottesca e solenne allo stesso tempo, come un’espressione storta che troppo si trattiene sul viso.
Il volto ritroverà la sua compostezza, il mondo finirà – già lo sappiamo – dovremo aspettare soli quindici minuti, eppure anche il lettore, da questo punto in poi – questa soglia – sarà costretto a solfeggiare sulle pagine quasi alla stessa lentezza che gli impone il ritmo dettato dai passi di Iperione. La giusta lentezza del sogno, in fondo. I patti sono chiari fin da subito, il lettore deve partecipare allo sforzo, ne deve divenire complice e, infine, parte integrante.
L’avvio è folgorante e Nicola Argenti non fa nulla per nascondere l’ambizione del suo lavoro: “L’esercizio involontario del sogno” è un’allegoria costruita con la precisione di un orologiaio (dato che abbiamo parlato di tempo) e l’audacia di un acrobata sulla fune, impegnato ad attraversare lo strapiombo con il viso regalato ai planetes che movimentano il cielo. Come l’incipit ci avverte che il tempo è quasi fermo, lo spettacolo che andrà in scena è quasi mitologia, è quasi filosofia, è quasi commedia – e Iperione, allo stesso modo, è quasi un uomo.
Il testo è strutturato in dodici capitoli, un vero e proprio percorso iniziatico, ciascuno dei quali conduce il lettore fino a un diverso pertugio dell’immaginifico, accompagnato da Iperione, il Titano che ha visto nascere il tempo, ma che pure s’accosta all’umano nel modo più insignificante possibile e, cercando di comprenderlo finalmente immergendosi, al contempo se ne infetta. Assaggiare il riso basmati, sentire i capelli spettinati dal vento, oppure un fastidio irrilevante, una scheggia di legno o la vista disturbata da diafani filamenti – gesti minimi, segni transitori, che nella meticolosa architettura eretta dall’autore, acquistano il peso di autentiche rivelazioni cosmiche.
Dodici passi che danno accesso ad altrettante stanze, zodiaco sincretico e surreale popolato da personaggi che vivono in bilico sulla punta della penna, asterismi di un cielo rovesciato, simboli per la cui genesi si riesce a percepire il gran lavoro al quale Nicola Argenti si è costretto, amalgamando con pazienza tradizioni distanti nello spazio e nel tempo.
La scelta del mito come struttura portante non è un vezzo esornativo. Argenti sembra aver meditato a lungo sulla funzione antropologica del racconto mitico, quella capacità peculiare di sedurre emotivamente e intellettualmente il lettore, che poi non molte trame contemporanee riescono a replicare con la stessa potenza archetipica. Il risultato è un testo stratificato, che si offre simultaneamente come favola, come operetta morale e come speculazione filosofica – senza che nessuno dei tre livelli prevarichi o soffochi gli altri. Chi legge per il puro piacere narrativo troverà un bestiario, vivace e surreale, popolato da figure diversissime e a loro modo sempre memorabili – su tutte Vasistas, il Governatore delle fissazioni e delle ansie, nato da un malinteso settecentesco davanti a una finestra: una creatura mitica generata non dall’Olimpo, ma da un equivoco franco-tedesco. Chi invece cerca riflessioni esistenziali avrà solo l’imbarazzo della scelta, una tavolozza pressoché illimitata da cui attingere.
Sul piano stilistico, Argenti pratica una lingua sorvegliata e personale, capace di oscillare senza stridori tra il registro alto dell’epica e quello basso del quotidiano. Periodi ampi, ipotattici, che mimano il respiro lento dell’eternità, alternandosi a battute secche, quasi beckettiane, nei dialoghi tra Iperione e i suoi interlocutori. Il Titano sbuffa, ironizza, si mostra imperscrutabile con la stessa naturalezza con cui un vecchio professore risponde a domande che ha già ascoltato troppe volte. Questo tono – ironico, ma mai nichilista, distante, ma mai freddo – è forse la conquista più difficile del libro e la più riuscita. Certi dettagli lessicali rivelano una cura quasi artigianale, la perizia di una merlettaia che, seduta su una sedia di paglia, sotto il cielo splendente di un qualche antico borgo di montagna, è capace di intrecciare un ricamo che sta bene sul comò della nonna, come sull’eburnea epidermide del Titano Iperione, con la forza sintetica e miracolosa di un’invenzione poetica.
L’atmosfera è l’altra grande risorsa del romanzo. Densa e riconoscibile fin dalle prime righe, non cede mai, nemmeno quando la narrazione attraversa latitudini e epoche lontanissime tra loro – un manicomio degno del Piranesi, il silenzio perfetto di una casa giapponese, oppure il frastuono polveroso di un cantiere quasi caduto dagli occhi di Ettore Scola. Ogni scenario porta con sé una luce propria, una qualità dell’aria che Argenti sembra saper calibrare con esattezza quasi pittorica. È un’atmosfera che riempie i polmoni – e il fatto che resista invariata per l’intera estensione del testo non è cosa da dare per scontata.
Sotto il vasto caleidoscopio di spunti e suggestioni che l’opera ci propone, in filigrana, “L’esercizio involontario del sogno” porta i segni di una riflessione sulla memoria: la nostra, soggetta al pericolo costante della dissoluzione e quella del Titano Iperione, smarrita negli eoni, come d’altronde, quasi per contrappasso, egli stesso è stato dimenticato, relegato ai margini del mito, celato alle spalle dei più noti fratelli e sorelle. Il romanzo di Nicola Argenti, nel panorama della narrativa italiana recente, ha il merito raro di prendere sul serio sia il lettore sia la letteratura: sa che raccontare non è spiegare, che il mito non è illustrazione di un concetto, ma la sua incarnazione, e che un cappello stretto – come ricorda il barbiere di Pushkar nell’ultimo capitolo – resterà sempre stretto, anche se a volte vale la pena di provare a cambiarlo.
