Tecnocrazia a piccole dosi

“Tecnocrazia a piccole dosi” è un articolo di Martino Ciano. In copertina un’immagine creata con l’intelligenza artificiale
Resterà la tecnocrazia dei folli, di coloro che si affacciano dalla finestra pensando al mondo come un oggetto da conquistare. Ci saranno solo dinamiche ciniche alle quali obbedire, solo denaro da scambiarsi, solo merci da contrattare, solo materie prime da spartirsi. Spariranno la poesia e la ricerca del giusto, le domande che i sentimenti pongono e che le parole plasmano. Via l’arte, persino i mestieranti, solo i tecnici con i loro lamenti soporiferi resteranno. Ma in fondo, che c’è di male se tutto ciò accadrà?
Tecnocrazia verrà invocata come una dea della Ragione, aprirà il mondo verso scenari utili. Si schiuderanno nuovi stretti e tutto il mondo sarà navigabile. Verranno le cose e il loro odore, le merci canteranno, l’uomo sarà un androide e ciascuno sognerà di notte il suo sistema binario. Che sia un “sì” o un “no”, che sia “bianco” e “nero”, non ci sarà differenza per l’algoritmo quotidiano. Tutto farà tendenza, persino un missile scambiato per stella cadente. Sarà un accadimento eccezionale.
Giocheranno con la vita e la morte: sarà una cosa semplice. Un’accozzaglia di parole insignificanti, dichiarazioni di morte, un attacco atomico, una minaccia. Sarà la tecnocrazia dei mutilati: senza mani, senza gambe, tutti seduti in parlamenti con scranni-orinatoi. Sarà il cielo e la terra con lampi di particelle che incideranno le nuvole. Non ci sarà più bisogno di invocare l’Apocalisse. Tutto si compirà nell’arco di un lieve sospiro.
Eppure a me non spaventa la loro incompetenza, ma la loro ignoranza. Anche il cervello dicono che sia un organo riproduttivo. Esso mette insieme idee per trarne decadimento e innovazione. Ho abbandonato da tempo l’idea del mondo che se ne va verso il miglioramento della vita della nostra specie. Questa credenza che ha partorito una linea irreversibile che tende al progresso, è un residuo della fede positivista che ormai ci ha preso per la gola. Indossiamo questa idea come una cravatta, ma se mettessimo in fila le varie cose che sono capitate, noi vedremmo solo un cappio che ci soffoca. A tutto volgiamo lo sguardo, tranne a ciò che ci evolverebbe.
Quanto è sterile il linguaggio della tecnocrazia basato su indici e statistiche. Ciascuno sogna il suo posto nel mondo, un sorriso in percentuali e bitcoin facilmente estraibili dal web. Poi ci sono coloro che contano i morti, che programmano guerre più o meno di distruzione. Intanto, ognuno urla la propria opinione sottoscritta con nome e cognome, giusto per farsi notare, per esserci. Corriamo, corriamo, il mondo aspetta noi!
Mentre la via dell’Essere si mischia con ciò che “può non essere”, io mi sento pervaso da un nichilistico dispiacere, dichiarandomi figlio del proprio tempo, senza sentirmi fuori dal coro, ma divorato come tutti gli altri. L’unica cosa che mi è rimasta dei miei avi è questa consapevolezza: sapere che ci sono cascato anch’io e forse ancora ci credo.
