L’abolizione dell’uomo: Lewis e ciò che ci guida

Articolo di Martino Ciano. In copertina: “L’abolizione dell’uomo” di Clive Staples Lewis, Adelphi, 2026
«Ogni potere che l’uomo acquisisce è un potere che egli userà su di lui, con tutti i pro e i contro». Nel 1943, Clive Staples Lewis ci ha lasciato questo messaggio. Il tono è quello dello studioso che ha meditato e che si è convertito al termine di un lungo viaggio negli abissi. Due anni dopo, nel 1945, l’umanità userà contro sé stessa la bomba atomica e il corso della storia non sarà più lo stesso.
“L’abolizione dell’uomo” è il pamphlet di un uomo lungimirante, che resta saldo alla tradizione, scrutando con attenzione il futuro. Riconosce subito che i fanatici del progresso hanno un obiettivo: spazzare via il passato senza tenere conto che esso conserva già gli anticorpi per contrastare ogni deriva. Ma il suo discorso non è contro la scienza, anzi egli la preserva e la difende. Le sue parole sono rivolte contro gli stregoni moderni, che hanno fatto della scienza una sorta di nuova arte magica.
Tutte le cose hanno invece un limite. «Quando si vuole vedere troppo in maniera trasparente, allora il mondo diventa invisibile». Ecco un altro messaggio che Lewis ci lascia in eredità. L’autore delle “Cronache di Narnia” è uno di quelli che teme “l’abolizione dell’uomo”. Un processo allegro, gaio, per dirla alla Nietzsche, che oggi si sta palesando davanti a noi. Diviso in tre capitoli, che in sostanza sono tre diverse conferenze che Lewis tenne in quegli anni, l’autore inizia la sua disamina dal linguaggio, interrogandosi su alcuni esempi presenti in una grammatica per alunni delle elementari.
Senza giri di parole, Lewis non parte da concetti astrusi, ma da qualcosa che si tocca, che si vede e che agirà nel mondo attraverso le nuove generazioni. Legge in tutto ciò un relativismo che non libera dal passato, ma che condanna a un presente senza punti di riferimento. Non è infatti l’uomo che domina la natura, ma un ristretto gruppo di uomini che si impone sul resto.
Ma sia ben chiaro, Lewis non è un bacchettone, uno di quelli che invitano a pentirsi e ad abbandonare la via del peccato. È uno che si è convertito al Cristianesimo, ma per continuare a cercare in esso una parte della via del Tao, quel complesso sistema che l’uomo ha fondato sull’esperienza, sull’osservazione della natura e della creazione, sulla propria umanità, e con cui ha costruito regole, morale ed etica che trascendono le singole “posizioni”. Ha riconosciuto il limite e lo ha guardato con reverenza e sacralità.
Ecco, una scienza senza etica e morale decreta “l’abolizione dell’uomo”. Il suo amore per il sapere è quello che guida gli uomini che cercano e si domandano, che non si abbandonano ai facili entusiasmi. Come Leibniz, che ne parlò due secoli prima, e come Huxley, che ne scrisse due anni dopo, nel 1945, Lewis ci richiama alla memoria “la filosofia perenne”.
Ecco, dopo questo libro, leggete anche la “Filosofia Perenne” di Huxley, sempre pubblicato da Adelphi, e vedrete che qualcosa si smuoverà in voi, perché oggi più che mai, vediamo che l’abolizione dell’uomo è dietro l’angolo. A volere questo triste epilogo siamo proprio noi. Anzi, una piccola élite che detiene il dominio. Ci conviene quindi guardare al passato?
