La fine del mondo: alti e bassi del romanzo di Francesco Pecoraro

La fine del mondo: alti e bassi del romanzo di Francesco Pecoraro

Articolo di Alessio Barettini. In copertina: “La fine del mondo” di Francesco Pecoraro, Ponte alle Grazie, 2026

La fine del mondo è un concetto talmente introiettato, masticato, digerito e vomitato, da anni e situazioni, da farmi riflettere quando vedo che è anche il titolo dell’ultimo romanzo di Francesco Pecoraro, uscito per Ponte alle Grazie. La fine del mondo, o fine della storia: idee che ci hanno somministrato in tutte le salse a partire dagli anni ‘90 del Novecento, perlopiù per avallare una narrazione in linea con le recenti tendenze del neoliberismo.

Pecoraro vuole raccontare dunque la fine del mondo, l’apocalisse, magari mostrarci quello che tutti abbiamo sotto gli occhi, penso. Solo i più sprovveduti non vedono la realtà che stiamo abitando, le sue contraddizioni, i suoi limiti, le sue nevrosi. E allora se devo accettare l’idea che il mondo sta finendo lo voglio fare consapevolmente, non fingendo che sia assolutamente e indubbiamente vero. Così, se devo leggere qualcosa che lo racconta voglio che mi si offra qualcosa, anche solo un punto di vista diverso, anche solo una suggestione appena inclinata dal piano originale di un’idea piatta.

Purtroppo, mi trovo davanti sin da subito a un narratore che, lo capirò presto, ripete se stesso per tutto il romanzo, senza evoluzioni né cambiamenti. La sua voce è di resa, di cruccio, di nostalgia, e però non è privo di elementi apprezzabili: certa ironia nel lessico che definisce la città, il protagonista che non di rado ci strappa una risata quando racconta dei suoi reel preferiti, perlopiù di vita animale e di incidenti di mezzi di trasporto, creando interessanti analogie con la vita umana e la società, ma è troppo poco per non accorgersi che ogni volta che il narratore apre una riflessione questa finisce immancabilmente nell’interruzione, nell’indifferenza, insomma un flirtare continuo con il nulla.

Il libro si presenta come un lungo monologo. Non ci sono altri personaggi, all’infuori della moglie, di cui viene raccontata la figura solo attraverso situazioni quotidiane la cui centralità è sempre il punto di vista del narratore. Un diario, insomma, una riflessione che non ha la profondità necessaria per sostenere una lettura che finisce inevitabilmente per perdersi e chiedersi dove si sta andando. Questo potrebbe essere positivo, se non fosse che il gusto per l’inconcludenza non lo è di per sé.

Il narratore racconta da un futuro prossimo post apocalittico, ricordando in modo discontinuo un passato che parte dagli anni ‘50 del Novecento. Non manca la consapevolezza dei processi storici, ma il fatto che il tutto sia disposto come uno caotico zibaldone non permette ad alcuna linea riflessiva di emergere.

Tranne quella che dà appunto il titolo al libro, come se la fine del mondo sia più che altro lo sguardo un uomo in prossimità della sua fine che, dopo una vita lunga, si ritrova a fare i conti in modo arruffato con uno sguardo ormai deviato dalla società cambiata in modo irreversibile perché lui possa ancora comprendere cosa sia davvero accaduto.

Certo, il presente che Pecoraro ci offre è inquietante, e di sicuro va bene ogni riflessione che punti a occuparsi della consapevolezza necessaria per arginare il riscaldamento globale e le derive neoliberiste con le sue protesi di distruzione sociale, ma si ha l’impressione che la mancanza totale di speranze risulti stereotipata, ridondante, artefatta.

Interessanti le parti che riguardano l’anatomia, altro guilty pleasure del narratore, ma il racconto dettagliato di operazioni, la cui voce appartiene, lo dichiara Pecoraro stesso in apertura, a un famoso chirurgo, risultano settoriali e poco inserite nel resto dei contenuti.

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