La carta del Carnaro: intervista a Enzo di Brango

Intervista e articolo di Martino Ciano. In copertina: Enzo Di Brango autore del saggio “La carta del Carnaro”, Qed Edizioni, 2026
La Carta del Carnaro al centro del saggio di Enzo Di Brango. Lo studioso laziale ha pubblicato per Qed Edizioni un libro che va al di là delle interpretazioni storiche. L’impresa di Fiume, che affascina ancora tanto la destra quanto la sinistra, è ancora considerata uno di quei momenti «irrisolti» della storia italiana. Tra rivalutazioni, smentite e impressioni romantiche abbiamo posto a Di Brango alcune domande. Il saggio, che contiene anche la prefazione di Dario Pontuale e la postfazione di Luciana De Palma, mette sotto la lente di ingrandimento proprio la Carta che rese immortale quella «rivolta poetica», guidata da Gabriele D’Annunzio tra il 12 settembre 1919 e il dicembre del 1920.
Enzo Di Brango, l’impresa di Fiume è raccontata oggi come un’anticipazione del ’68 europeo in salsa italiana. È una valutazione fuorviante o che ha la sua piccola parte di verità?
R: Direi che è una valutazione suggestiva, ma da maneggiare con parecchia cautela. Se per “anticipazione del ’68” intendiamo una genealogia diretta, quasi che Fiume fosse stata una Berkeley adriatica con mezzo secolo d’anticipo, siamo fuori strada. Fiume nasce dentro il dopoguerra, la crisi dello Stato liberale, la frustrazione nazionalista, la questione adriatica e una cultura politica che porta ancora addosso le divise, le ferite e le mitologie della Grande Guerra. Non parla la stessa lingua del ’68, non ha gli stessi soggetti sociali, non nasce dalla critica della società dei consumi né dalla stessa contestazione generazionale.
Detto questo, una piccola parte di verità esiste, purché non la si trasformi in slogan. Fiume fu anche un esperimento di rottura della morale borghese, di teatralizzazione della politica e di vita comunitaria irregolare, mescolanza tra arte, militanza, corpo, parola pubblica e desiderio di rompere la normalità.
Il punto, però, è che Fiume contiene subito anche il suo contrario. Accanto alla spinta libertaria c’è la gerarchia militare; accanto alla sperimentazione dei costumi c’è la centralità carismatica del comando; accanto alla critica dello Stato liberale c’è una retorica nazionale che può scivolare nella mistica dell’obbedienza. Fiume è storicamente preziosa non perché anticipi linearmente il ’68, ma perché mostra quanto ogni rivolta, quando non vigila su se stessa, possa tenere insieme emancipazione e autorità, liberazione e comando, festa e disciplina.
Perciò risponderei così: Fiume non fu un ’68 italiano ante litteram. Fu un laboratorio nel quale si incontrarono libertà dei costumi, sindacalismo rivoluzionario, estetica politica, nazionalismo, antistituzionalismo e tentazione autoritaria. Chi la riduce al fascismo nascente cancella una parte reale della sua irregolarità libertaria; chi la trasforma in una festa emancipatrice dimentica che, sotto quella festa, si preparava anche una diversa liturgia del potere.
Prima contraddizione della Carta del Carnaro: fu un mix tra sindacalismo rivoluzionario e autoritarismo. Come riuscirono a convivere questi principi?
R: Convissero perché Fiume fu, prima ancora che un progetto istituzionale compiuto, un luogo di condensazione di spinte diverse e spesso incompatibili. Da una parte c’era Alceste De Ambris, cioè il sindacalismo rivoluzionario, la centralità del lavoro, l’idea delle corporazioni come rappresentanza dei produttori, la democrazia diretta, il controllo dei funzionari, una cittadinanza pensata come partecipazione attiva. Dall’altra c’era D’Annunzio, con il suo carisma, la trasformazione della politica in rito, il gusto per il comando scenico, per la parola che mobilita, per la comunità raccolta attorno a un capo.
Non fu, dunque, una sintesi pacificata. Fu un equilibrio instabile, forse un equivoco produttivo. De Ambris tentava di dare forma sociale e costituzionale a una rivolta nata su terreno nazionale; D’Annunzio rivestiva quella forma di mito, liturgia, estetica pubblica. Per qualche mese queste due dimensioni poterono camminare insieme perché entrambe erano contro qualcosa: lo Stato liberale percepito come impotente, la diplomazia europea, il parlamentarismo screditato, una normalità che dopo la guerra sembrava a molti irricevibile.
Il problema è che essere contro lo stesso nemico non significa volere la stessa libertà. Il sindacalismo rivoluzionario portava a Fiume un’istanza di emancipazione sociale; l’autoritarismo carismatico portava una diversa idea di comunità, fondata non tanto sull’autogoverno quanto sulla mobilitazione attorno a una figura dominante. La Carta del Carnaro vive precisamente in questa tensione: parla di diritti, lavoro, partecipazione, libertà individuali, ma dentro un clima in cui la voce del Comandante, la disciplina dei legionari e l’estetica della massa mobilitata pesano moltissimo.
È qui che una lettura libertaria deve restare severa: la Carta del Carnaro è interessante perché non consente né celebrazione né liquidazione: contiene intuizioni sociali avanzatissime, ma nasce in un ambiente nel quale l’emancipazione convive già con il suo possibile rovesciamento. In fondo, questa è la sua lezione: una rivoluzione che non vigila sui propri dispositivi di potere può cominciare liberando energie e finire costruendo nuove obbedienze.
Libertà sessuale, di parola, di culto, emancipazione femminile ma anche qualcosa che oggi affascina le estreme Destre e che, da lì a poco, il Fascismo provò in ogni modo a inglobare nella propria tradizione. Ancora una volta siamo davanti a qualcosa di normale per quei tempi o è un’altra questione insormontabile?
R: Fiume mise insieme elementi che, in teoria, avrebbero dovuto respingersi: libertà dei costumi e disciplina militare, anticlericalismo e retorica nazionale, emancipazione femminile e culto virile dell’ardimento, diritti sociali e liturgia del comando. Questa coabitazione non fu un dettaglio pittoresco, ma il cuore stesso della contraddizione fiumana.
Le libertà individuali praticate a Fiume non erano affatto scontate nell’Italia di quegli anni. Libertà sessuale, divorzio, partecipazione femminile, rottura dell’ipocrisia borghese, libertà di culto e di parola rappresentavano un salto in avanti rispetto a una morale ancora segnata da famiglia patriarcale, controllo sociale, clericalismo e subordinazione femminile. In questo senso Fiume fu davvero un laboratorio di libertà vissuta, non soltanto proclamata. E bisogna riconoscerlo senza paura di disturbare gli schemi.
Il problema è che quelle libertà non vivevano in uno spazio politicamente innocente. Accanto alla sperimentazione sociale agiva il mito della comunità compatta, della giovinezza armata, del capo carismatico, della parola che diventa comando. Ed è qui che il fascismo troverà materiale da inglobare e deformare. Non prenderà da Fiume la parte più libertaria, più sociale, più femminile, più irregolare; prenderà soprattutto la scenografia del potere: adunate, simboli, liturgia politica, estetica della mobilitazione, disprezzo del parlamentarismo, teatralizzazione del capo.
Per questo la questione non è insormontabile sul piano storico, ma è certamente scomoda sul piano politico. Fiume non fu né una festa libertaria tradita dall’esterno, né semplicemente il primo atto del fascismo. Fu un campo di forze: laboratorio di libertà e insieme officina di miti politici che il fascismo avrebbe poi reso cupi, disciplinati, statali. Ed è per questo che va studiata, non santificata.

La storia non si fa con i «se», tanto meno con il «senno di poi», ma come dovremmo leggere oggi Fiume e la Carta del Carnaro? Mi spiego meglio: vista l’indifferenza, nonché l’incapacità di una benché minima reazione «incazzata» in risposta a quanto sta accadendo, quell’impresa è un esempio o un errore di valutazione?
R: Non credo che Fiume possa essere proposta come esempio, almeno non nel senso imitativo del termine. Sarebbe un errore grave, e anche piuttosto pigro. Fiume appartiene al suo tempo: nasce dopo una guerra mondiale, dentro una crisi diplomatica, sociale, nazionale e morale che aveva sconvolto l’Europa. Gli uomini e le donne che vi confluirono non vivevano la politica come la viviamo noi; venivano da trincee, lutti, mutilazioni, promesse tradite, rivoluzioni annunciate, imperi crollati. Se togliamo questa cornice, Fiume diventa una cartolina romantica o, peggio, un mito buono per tutte le stagioni.
Detto questo, nemmeno la liquiderei come semplice errore di valutazione. Fiume fu anche una risposta, forse estrema, a domande vere: che cosa accade quando le istituzioni non rappresentano più energie sociali profonde? Che cosa accade quando una comunità sente di non avere voce? Che cosa accade quando la politica si riduce ad amministrazione dell’esistente e non riesce più a produrre immaginazione, conflitto, possibilità? Sono domande che non appartengono soltanto al 1919 ma, come lascia intendere la tua domanda, appartengono anche ai nostri giorni.
Oggi non abbiamo bisogno di ripetere Fiume, né di cercare nuovi comandanti, nuove liturgie, nuove occupazioni simboliche. Di quelle cose abbiamo già pagato abbondantemente il prezzo. Ma abbiamo bisogno di recuperare una cosa che in Fiume, pur dentro tutte le sue ambiguità, esisteva: la percezione che l’ordine dato non sia necessariamente l’unico mondo possibile. La reazione “incazzata”, se vuole essere politicamente feconda, non deve diventare culto del gesto o nostalgia dell’avventura, deve diventare organizzazione, pensiero, partecipazione, conflitto sociale, libertà concreta: tutte cose che non si evincono nei comportamenti e nelle proposte di una sinistra capace di farsi interprete.
Per concludere, cosa ti affascina ancora della Carta del Carnaro?
R: Mi affascina il fatto che, dentro un’esperienza così contraddittoria, irregolare, perfino pericolosa in alcuni suoi sviluppi simbolici, compaia una domanda politica che l’Italia non ha mai davvero voluto prendere sul serio: come si distribuisce il potere? La Carta del Carnaro, soprattutto nella sua matrice deambrisiana, contiene una spinta forte verso la democrazia dal basso, verso l’autogoverno, verso una partecipazione non ridotta al rito elettorale. Ed è un tema che, a mio avviso, parla ancora moltissimo al presente.
L’Italia unitaria, dal 1861 in poi, ha guardato con sospetto quasi tutto ciò che somigliasse a un vero federalismo democratico. Ha costruito uno Stato centralista, burocratico, diffidente verso le autonomie reali, salvo poi concedere decentramenti amministrativi confusi, incompiuti, talvolta persino peggiorativi. Ma federalismo non dovrebbe significare egoismo territoriale, né frammentazione proprietaria del Paese. Dovrebbe significare controllo del potere, responsabilità delle comunità, democrazia più vicina ai cittadini, possibilità concreta di incidere sulle decisioni che riguardano la propria vita. In questo senso la Carta conserva una sua forza provocatoria: non come modello, ma come provocazione politica, perché costringe a chiedersi quanto poco abbiamo ancora discusso seriamente di autonomie, municipalismo, corpi sociali, lavoro organizzato, comunità capaci di autogovernarsi.
Mi affascina anche la spinta culturale della quotidianità fiumana. Fiume non fu soltanto una vicenda politico-militare; fu anche una città attraversata da linguaggi, musiche, giornali, feste, esperimenti di costume, teatralità pubblica, libertà personali, incontri imprevedibili. C’era una febbre culturale, una volontà di trasformare la vita in qualcosa di più largo dell’amministrazione ordinaria dell’esistente. In quella città si produsse una vitalità civile difficilmente riconducibile alla sola retorica nazionalista.
Infine, mi affascina una certa propensione alla fratellanza spontanea, magari disordinata, magari ingenua, ma reale. A Fiume confluirono soggetti diversi, spesso incompatibili: sindacalisti rivoluzionari, anarchici, repubblicani, nazionalisti, futuristi, reduci, donne libere, avventurieri politici, artisti, scontenti di ogni provenienza. Non ne farei un idillio, naturalmente. Le comunità improvvisate possono essere generose ma anche pericolose, soprattutto quando non si danno anticorpi contro il comando. Però in quella mescolanza resta qualcosa che continua a interrogarmi: l’idea che gli esseri umani, in certi passaggi storici, possano riconoscersi fuori dalle appartenenze consuete e tentare, anche confusamente, una forma diversa di vita comune.
Ecco, forse è questo che mi affascina ancora della Carta: il suo essere un documento imperfetto, ibrido, attraversato da ombre, ma capace di porre domande che la politica italiana continua spesso a evitare. Non le risolve e però le tiene aperte. In tempi di conformismo politico, non è poco.
Desidero infine ringraziare Dario Pontuale e Luciana De Palma, non solo per la generosa prefazione e per la preziosa postfazione, ma perché, da amici carissimi, hanno accompagnato questo progetto fin dalle prime battute. Un ringraziamento altrettanto sincero va a Pina Labanca, editrice, che ha creduto subito nel libro e ha scelto senza esitazioni di portarlo in stampa.
E noi ringraziamo Enzo Di Brango per averci dedicato la sua attenzione.
