Ippolita: confessioni al tempo dei femminicidi

Ippolita: confessioni al tempo dei femminicidi

“Ippolita: confessioni al tempo dei femminicidi” è un racconto di Silvia Palombi. In copertina una immagine creata con l’intelligenza artificiale

Finalmente fa caldo, comincia il periodo più bello, quello in cui si può girare per casa nudi senza brividi; sia chiaro girare, perché come ci si ferma coprirsi diventa indispensabile perché Ippolita è molto freddolosa, da piccola si sedeva per terra con la schiena contro il termosifone…

E stando così nuda, indifesa, praticamente alla mercè, Ippolita ricorda e pensa.

Li ha lasciati lei, tutti, sempre. Non è mai stata lasciata, ha lasciato i suoi… no no che suoi… ha lasciato gli uomini importanti della sua vita, perché arrivava sempre un momento in cui sentiva, dentro, il bisogno urgente di proseguire da sola e in quel momento agli uomini accanto ai quali ha percorso tratti importanti della sua vita ha detto è finita, perché raggiungeva un punto oltre il quale sentiva che non sarebbe stata in grado di andare, disposta forse sì ma capace no… un livello di incomprensione, di soppressione di istinti, amputazione di desideri, di disconoscimento di bisogni, che se avesse continuato ad accatastare sulla sua groppa l’avrebbe fatta ammalare.

E sì che la sua pazienza – oggi che l’ha ri-conosciuta meglio sarebbe parlare di abnegazione, di stratificazione sui desideri e i bisogni di lui – è stata bovina: reggeva pensando che l’amore fosse quello, pensando prima o poi si accorgerà.

E invece no, loro, gli uomini, non si accorgevano, ma sbagliava lei, come fa un estraneo a prevenire i tuoi desideri come un genitore? Come si può pretendere, ci si può illudere di essere capiti senza spiegarsi?

E così li lasciava, sentendosi vittima li lasciava, quando la sua personale misura era colma li lasciava. E loro rimanevano male, erano còlti di sorpresa perché lei, nell’erronea convinzione di doversi fare carico, di dover fare fronte a qualsiasi esigenza e, soprattutto, che fosse fisiologico rinunciare, non manifestava malessere. E sì che i genitori scegliendo per lei quel nome avevano preconizzato chissà quali gesta eroiche…

Certo segnali ne aveva lanciati ma poco decifrabili, confondibili, male interpretabili da chi è concentrato sul suo ombelico, chiamiamolo ombelico per decenza. Chissà se loro, gli uomini importanti della sua vita, sotto sotto si saranno detti sarà un periodo, tutto sommato insieme stiamo bene, se stesse male me lo direbbe. Tutto sommato.

Condizionata dai secoli di magoni inghiottiti che l’hanno preceduta, Ippolita non ha mai detto, non ha gridato aiuto e alla fine è andata via lasciando la sua bella e folta coda nella tagliola.

Dopo c’erano le lacrime, fiumi di lacrime di tutti e due, lei da una parte e lui spesso tra le braccia della mancata suocera che li accoglieva paziente, rassegnata a quella figlia troppo indipendente. Seguivano mesi di lutto, di clausura, di ceneri, poi pian piano la linfa ricominciava a scorrere e passati gli anni diventavano anche amici, lei si rifaceva una storia importante ma non tesaurizzava i fallimenti precedenti: innamorata, beata e incosciente ricominciava ad assumere gusti e colori di lui, un camaleonte dell’amore era e ogni volta finiva allo stesso modo. Invece loro, i lui, dopo la storia con lei si sposavano.

Raggiunta un’età rispettabile Ippolita ha capito che sarà capace, con gli uomini che la attireranno nella prossima vita, di comportarsi in modo diverso imparando a non rinunciare a sé stessa, a meno di non rinascere uomo… ma la prospettiva la attira come un ciuffo di ortiche nelle mutande.

Ogni volta che un maschio ammazza una donna, quindi quasi ogni giorno, Ippolita pensa a quante volte sarebbe morta se tutti i suoi lasciamenti avessero avuto luogo non quaranta, cinquanta anni fa, ma in questi anni di bussole smarrite, di senso malinteso dell’amore che si è impossessato della mente dei maschi, che di maschi adesso si parla, non di uomini. Mille volte sarebbe morta e morirebbe continuamente perché alla fine della fiera, portata a compimento l’amputazione dalla coda e dalla coppia, la canzone era e rimane: Insieme a te non ci sto più.

E immancabilmente morirebbe, oggi, per mano del lasciato, un lui che non sa o non vuole cogliere i segni, che non decodifica i campanelli d’allarme, che non concepisce l’abbandono, che dice poi le passa, poi torna, che non può credere che esisterebbe senza di lui perché la verità è che lui non è capace. È mia è mia è mia…

Ricordando le storie alle quali ha messo fine, Ippolita si immagina in una delle mille e mille che finiscono nel sangue, sangue di lei, e vede i suoi genitori affranti nei servizi televisivi, cugini e vicini di casa increduli e reticenti e pensa a quante vite ha avuto salve dall’aver vissuto in un’epoca in cui si poteva fare l’autostop spensieratamente, quando si poteva dormire a casa di sconosciuti se si era fatto tardi, quando si poteva fare all’amore con qualcuno appena incontrato serenamente, dolcemente anche e senza presidi sanitari di protezione, con rispetto reciproco, quando naturalezza e levità erano ingredienti per conoscersi meglio, a volte senza sapere nemmeno come ti chiami.

C’è stato un tempo, tanto tempo fa, in cui nessuno era di nessuno, un tempo in cui se si diceva spensieratamente il mio ragazzo, la mia ragazza si sapeva che poteva cambiare e si era diffidenti verso la parola fidanzato-fidanzata, allora inconcepibile perché il fidanzamento era quello dove l’altro, l’altra si presentava ai genitori, alla famiglia e si prendeva il caffè con la tazzina e il piattino in mano e il rito preludeva al matrimonio quindi si stava alla larga, era proprio l’ultimo atto.

Oggi che sono tutti fidanzati, che anche a quattordici anni si definiscono così e le famiglie, i giornali, le televisioni assecondano colpevolmente questo concetto grave di significati, aspettative soffocanti, conseguenze, Ippolita in libertà serena protetta e piena di amici, guarda, osserva. E scrive.

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