La farfalla bianca

La farfalla bianca

“La farfalla bianca” è un racconto di Luciana De Palma. In copertina: “Olivi” opera di Vincent Van Gogh

Da qualche tempo avevo in testa l’idea del mio corpo smembrato. Gambe, braccia, torace, testa perfettamente smontati, però senza spargimenti di sangue.

La scena era pulita, ordinata; niente a che fare con un desiderio di morte o con un pensiero di liberazione dalle noiose e aberranti questioni che affliggono in media buona parte dell’umanità.

Si trattava di vedermi mentre riponevo me stessa in una scatola, pezzo dopo pezzo, dopo essermi smembrata con cura come si fa con quelle costruzioni che monti e smonti all’occorrenza.

Era solo una visione riposante che tornava alla mente da un po’ di giorni. Contemporaneamente pensavo che avrei dovuto risolvere la mia stanchezza in altro modo, giusto per non trascinare per l’eternità questo stato di sottile inquietudine.

Non è tanto il timore che l’eternità possa davvero riguardare anche noi mortali a spaventarmi, quanto il fatto che potremo essere tragicamente bloccati nella più odiosa delle sensazioni, quella che ci fa prendere coscienza di quanto tempo e quanta vita vadano sprecati.

Tutto questo era la conseguenza delle solite domande esistenziali a cui nessuno tenta più di dare risposte tanto più che oggi non si sa neppure perché sforzarsi di cercarle.

Ed ecco che, trovandomi esattamente a questo punto, si rafforzò la certezza che sarebbe stato un bel vantaggio potersi smontare e rimettersi nella confezione in cui, a nostra insaputa, un giorno siamo stati recapitati su questa terra.

Pochi giorni fa, terminata la riunione di lavoro prima del previsto, ho approfittato per andare in campagna dove abitano i miei.

In casa, però, non c’era nessuno e questa mi è parsa una coincidenza straordinaria: da tempo aspiravo a un po’ di ore tutte per me.

L’aria del pomeriggio era dolce, calda. Il cielo fermo, stabile nella sua immobilità azzurra; qualche nuvola vagabonda, sgranata lentamente dal vento, navigava verso ovest.

Ho iniziato a camminare lungo il viale. Avevo davvero voglia di sgranchirmi le gambe. I pensieri avrebbero avuto libero accesso alla mia mente: nessun ordine, nessuna priorità, nessuna urgenza.

I passi avrebbero seguito una cadenza qualsiasi, né frettolosa né lenta. Tutto secondo l’impulso di quelle ore fortunatamente libere.

Sulla ragione avrebbe prevalso l’istinto; per una volta il controllo non sarebbe stato suo.

Su di me e tutt’attorno lunghissime linee orizzontali: il viale asfaltato su cui avanzavo, il terreno coltivato a olivi alla mia sinistra, schiere di ville alla mia destra e in alto un cielo glorioso come non se ne ha la possibilità di godere in città.

In quel frangente di bianchi, gialli e lilla dei fiori selvatici, di chiome folte e rotonde degli ulivi, di grossi massi calcarei sparsi tra le zolle, di profumo di gelsomino e rose, non ho avvertito il bisogno di smontare e riporre il corpo.

Piuttosto era vitale la necessità di essere intera, perfettamente assemblata per sentire in quei colori, in quelle forme e in quei profumi la prova tangibile che tra me e la vita si era stabilita una specie di tregua.

Funzionò. Ho camminato su e giù lungo il viale per quattro volte, senza perdere quella lieve euforia che mi aveva preso, avvertendo la sensazione di essere felice perché viva e viva perché felice.

Certo, non esplosero guizzi di ottimismo ritrovato né feci balzi in avanti verso chissà quali fantastiche soluzioni alle pene esistenziali: si trattò solamente di uno di quei rari incastri in cui per una manciata di minuti si smette di sentirsi fuori luogo.

Sprovveduta non lo ero da qualche anno ormai, sapevo che non è sufficiente mezzo pomeriggio per riequilibrare l’universo; prendevo quelle ore per ciò che erano, ovvero una boccata d’aria, un momento di sollievo prima del consueto ronzio nell’anima.

Se avessi avuto un foglietto e una penna, avrei trascritto tutto quanto mi passò per la testa.

Si mescolarono ricordi e riflessioni, teoremi frutto di illuminazioni improvvise e porzioni di vite precedenti, parole dette e parole udite in contesti diversissimi, decisioni ferree e delusioni seguite a scelte scellerate.

Di quali cose non si occupò la mia mente quel pomeriggio!

Intanto la luce del tramonto inondava gli ulivi di riflessi arancio che esaltavano l’argento delle chiome e rendevano vive le ombre proiettate sulla terra sassosa; tra i rami di un maestoso pino si fermò una colomba che poco dopo una gazza litigiosa fece fuggire; una rosa gialla ondeggiò dall’altra parte della recinzione di una villa, mentre un nugolo di moscerini festeggiava a mezz’aria ad altezza del mio sguardo.

Evitai a me stessa la trappola delle domande sulla vita e sulla morte, sulla felicità e sull’infelicità, sul tempo che passa e sul poco che resta.

Il mio corpo riuscì a tenermi ancorata a quello che i sensi afferravano. Resistetti alla tentazione di immaginarmi inscatolata. Il presente si aggiunse agli spazi orizzontali che mi contenevano per intero. Annullati passato e futuro, potei stringere l’attimo che ha la consistenza di un filo di vento.

C’era da diventar matti a sentirsi vivi senza doverne rendere conto alla logica.

Per una volta, la mia esistenza era slegata da cause ed effetti, da premesse e conseguenze, da richieste e aspettative.

Stava succedendo quello che forse non sarebbe successo mai più, ma non me ne dispiacqui.

Era proprio quello il senso del ricomporre ciò che in altri momenti mi avrebbe molto consolato vedere a pezzi.

Quel pomeriggio l’unità a cui aspiravo nei giorni più faticosi si era materializzata senza che l’avessi cercata ad ogni costo.

Sarebbe svanita, senza che potessi far nulla.

Sul viale parallelo passeggiava un uomo con due grossi cani al guinzaglio. Fu l’unica apparizione umana in quasi due ore di solitudine. Guardai il terzetto finché non scomparve nella distanza.

Prima che voltassi la testa, arrivata da chissà dove, apparve una farfalla bianca.

La mia mente, svuotata di colpo, non si mise a frugare tra le vecchie metafore quella migliore per dare senso al suo volo zigzagante.

Mi piacque seguirla con lo sguardo finché non si inoltrò nella fitta chioma di un ulivo.

La sua rapida scomparsa non significò nulla né mutò la cadenza dei miei passi, quando ripresi a camminare verso la casa dei miei.

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