Il prete bello di Goffredo Parise

Articolo di Martino Ciano. In copertina: “Il prete bello” di Goffredo Parise, edizione Adelphi
Così appare la vita: una messinscena nella quale ci si trova catapultati e che, proprio per questo, è difficile da gestire. Nel romanzo di Goffredo Parise, pubblicato nel 1954, tutto ciò emerge con forza, con ironia e con sarcasmo, quasi come se ogni cosa fosse velata d’incanto.
“Il prete bello” è don Gastone,che fa impazzire le donne del rione. Tutte lo desiderano, ma lui appare imperturbabile, finché non arriva lì, in quel piccolo mondo antico in cui il Fascismo è ancora un dolce mito in cui credere, una prostituta che risveglia i sensi dell’ardito sacerdote che aveva servito la Patria durante la guerra civile spagnola.
Ma “Il prete bello” è soprattutto la storia di un’amicizia, quella tra Sergio, che è anche la voce narrante, e Cena, figlio di un’ubriacona. Sono bambini che diventano, giorno dopo giorno, sempre più adulti. La povertà è un marchio che si sopporta, perché nel quartiere tutti vivono nelle stesse condizioni. Quei pochi che stanno meglio, alla fine, affrontano un altro dramma: sono la parte più esposta della messinscena fascista, coloro che tra “il dire e il fare” mettono di mezzo un oceano.
Il romanzo di Parise, infatti, prende a calci tutte le convenzioni, fa a pezzi un’epoca e la rende sopportabile. Cos’era il Fascismo se non la peggiore delle macchiette, capace di alimentare il lato più ipocrita della società italiota? E queste donne borghesi, così fedeli alla castità e al buoncostume, diventano il bersaglio privilegiato del narratore. La genuinità risiede quindi altrove, forse proprio nel maldestro cavaliere Esposito, felice occupante dell’unico bagno presente nel rione e che, proprio per tale motivo, si sente ricco come un pascià.
“Il prete bello” è dunque un po’ favola nera e un po’ triste storia di un’Italia che è esistita e che deve ancora estinguersi. Come molte opere del Novecento, anche questa si distingue per il suo stile curato e ricercato. Pagina dopo pagina, si ha la sensazione di trovarsi di fronte a un testo capace di raccontare di noi. Certamente, Parise ha preso spunto anche da alcuni fatti che hanno riguardato la sua infanzia. Non possiamo parlare di autobiografia, ma di sicuro si sente quella componente di “vissuto personale” che dà respiro all’intero romanzo.
In questa parodia chiamata vita, i personaggi di Parise sono apparizioni comiche che vogliono a tutti i costi prendersi sul serio, senza rendersi conto che nulla è davvero importante e che, spesso, l’abitudine più ridicola degli esseri umani è quella di attribuirsi un ruolo e di volerlo incarnare fino in fondo.
