Giovanna Granato: “Ecco come è stato tradurre Tripla Eco”

Intervista di Martino Ciano. In copertina una foto di Giovanna Granato, traduttrice di Tripla Eco di Herbert Ernest Bates.
Tripla Eco (di cui abbiamo parlato in questo articolo) è un racconto che colpisce per il suo equilibrio narrativo e per una tensione costruita senza forzature, capace di immergere subito il lettore nell’atmosfera sospesa della campagna inglese durante la Seconda Guerra Mondiale. Attraverso la storia di Alice e Barton, Bates mette in scena un gioco sottile di ruoli, identità e adattamento, dove il travestimento diventa non solo espediente narrativo ma anche chiave per esplorare solitudine, paura dell’abbandono e trasformazione. Il tutto senza cedere a letture romantiche o eroiche della guerra, ma mostrando un’umanità nuda, costretta a ridefinirsi. In questo equilibrio delicato tra stile, temi e contesto si inserisce il lavoro di traduzione di Giovanna Granato, che diventa parte integrante della resa dell’opera. E proprio a lei abbiamo posto delle domande.
Nel racconto emerge un equilibrio narrativo molto naturale, con colpi di suspense mai forzati. In fase di traduzione, quali sono state le principali difficoltà nel restituire questo ritmo senza appesantirlo? Ci sono state scelte specifiche per mantenere questa leggerezza tesa?
R: Traducendo questo libro mi sono resa conto da subito che la lingua tersa e apparentemente leggera in realtà è sostenuta da una struttura rigorosa e che la naturalezza deriva da un gioco di pesi e misure sapiente e calibrato. Bates non lascia niente al caso: ogni parola detta, non detta o ripetuta all’infinito, ogni rombo di tuono o di cannone, ogni canto di usignolo o scroscio di pioggia hanno un posto, una logica e un significato ben precisi. E così il fucile e, ovviamente, le eco del titolo che si rincorrono lungo tutto il libro. Il mio compito è stato individuare i cardini su cui poggia l’intero componimento o composizione, quasi in senso musicale, e cercare di restituirli senza forzature. Lasciare non detto quello che l’autore non dice, non spiegato quello che non spiega. Lavorare, come fa lui, per sottrazione. Questo ha richiesto tempo, attenzione e grande pazienza, ma il fatto che lei leggendo la mia versione colga un equilibrio narrativo molto naturale mi ripaga di tanti sforzi.
Tripla Eco si regge molto sullo scambio di ruoli tra Alice e Barton, anche attraverso il travestimento e una progressiva ridefinizione delle identità. Quanto è stato complesso preservare questa ambiguità senza sovraccaricarla di significati più contemporanei?
R: L’idea di riportare a una logica contemporanea l’ambiguità del rapporto tra Alice Charlesworth e il soldato Barton non mi ha mai sfiorato. Chi traduce asseconda l’autore, non il presunto lettore del momento. I lettori cambiano ma la Letteratura quando, come in questo caso, ha la maiuscola rimane, ed è capace di parlare attraverso le epoche a chiunque abbia voglia o orecchie per ascoltarla. Non ha bisogno di essere addomesticata dal traduttore. Qui il tema dell’ambiguità è molto forte e chiunque può leggerlo secondo i propri criteri a partire dalle scelte fatte dall’autore, non da me. Aleggia nei silenzi, negli sguardi, nei piccoli gesti. Se mi fossi posta il problema di un ipotetico lettore incapace di coglierli e mi fossi arrogata il diritto di infarcire, spiegare e forzare avrei fatto un grande torto all’autore e, ne sono convinta, anche al lettore, e il testo avrebbe perso ogni incanto.
Considerando che il racconto è del 1970 ma ambientato nella Seconda Guerra Mondiale, come hai gestito il rapporto tra lingua, contesto storico e sensibilità del lettore di oggi? Hai cercato una fedeltà più filologica o una resa più accessibile?
R: Il rapporto tra lingua e contesto storico lo ha risolto Bates affiancando a una lingua ad alto tasso letterario dialoghi dove a tratti domina il gergo, anche quello militare. Ma è solo una patina che dà sapidità alla lingua parlata, perciò non ha richiesto grandi ricerche o sforzi particolari. Quanto all’accessibilità della resa, Nabokov diceva che il peggiore livello di turpitudine raggiungibile in quello che lui definiva lo strano mondo della trasmigrazione verbale è spianare, appiattire o abbellire un capolavoro per conformarlo alle idee e ai preconcetti di un determinato pubblico, per compiacere una certa idea di lettore che chi traduce può essersi fatto. Non potrei essere più d’accordo.
Cosa ti è rimasto impresso di questo autore durante il lavoro di traduzione?
R: La sua grandissima maestria. La capacità di combinare alla tecnica un che di impalpabile creando una miscela perfetta che dà al racconto un’aura magica. Non a caso Graham Greene è arrivato a definire Bates il Čechov inglese.
Ringraziamo Giovanna Granato per averci dedicato il suo tempo e le auguriamo buon lavoro.
