Black Tulips. Vitaliano Trevisan e l’inedito nigeriano

Recensione di Martino Ciano

Non so, forse avrebbe avuto bisogno di un editing, di un ulteriore assemblaggio; forse non sarebbe mai dovuto uscire. Fatto sta che mi trovo tra le mani Black Tulips di Vitaliano Trevisan e lo assaporo per quello che è, ossia un frutto acerbo ma comunque gustoso. Mi piacciono queste pagine svolazzanti. Sono coinvolgenti, senza troppi orpelli, mi hanno fatto comprendere come lo scrittore veneto lavorava e metteva su carta le sue idee. Va bene anche questo? Sì, ma fino a un certo punto. Mi trovo d’accordo con chi ha commentato questa iniziativa di Einaudi, quella di pubblicare il libro interrotto, ma non incompiuto di Trevisan, come un’operazione un po’ ruffiana.

Certo, un autore come lui, morto prematuramente e tragicamente, fa gola. Forse potrebbe essere onorato ripubblicando tutti, ma proprio tutti, i suoi romanzi precedenti? La butto lì! Ma lasciando da parte le polemiche, tanto figuriamoci se a Einaudi importerà qualcosa delle mie idee, alla fine il libro l’ho comprato quindi, con me, l’obiettivo commerciale è stato raggiunto, andiamo alla sostanza: com’è questo libro?

Risposta: è un romanzo clamorosamente intrigante nel quale l’autore veneto si mette a nudo, del quale si può assaporare il linguaggio grezzo e che, in alcuni punti, assomiglia a un viaggio infernale dantesco. Trevisan va in Nigeria sulle tracce della miseria, delle contraddizioni della modernità. Da Benin City partono quasi tutte le negre nigeriane che si riversano di notte lungo le strade italiane, soprattutto nel Nord Est. Trevisan anche andava a puttane, tra quelle che battevano nel Quadrilatero del degrado, ma non per usarle, ma per fraternizzare con loro, ché a lui gli ultimi piacevano, visto che ultimo era e si sentiva pure lui. E con uno stile affilato, il suo marchio di fabbrica, descrive cosa vede in quella nazione dell’Africa che ancora soffre dei complessi di inferiorità iniettati nel sangue degli autoctoni dagli europei colonizzatori. Si domanda come mai nel quarto paese al Mondo per produzione di petrolio, sia difficile fare benzina; o come mai si possano trovare cadaveri di uomini in mezzo alla strada che marciscono nell’indifferenza, allo stesso modo di come noi lasciamo marcire sull’asfalto una carcassa di cane o di gatto; o come mai la maggior parte delle prostitute parta da lì, con tanta facilità. Figuriamoci, lui era andato in Nigeria per organizzare un traffico di pezzi di ricambio per automobili, ma secondo me, leggendo tra le righe, la sua era solo una scusa, sembra quasi che quel viaggio l’abbia fatto per amore.

Questo è Black Tulips, ossia uno studio sul campo che, forse, sarebbe diventato un grande romanzo. Si dice che Trevisan sia uno dei migliori scrittori italiani, io ne sono convinto da tempo. Mi trovo anche d’accordo con chi scrive che, oggi, qualche gran signore della cultura italiana faccia fatica a riconoscerlo come uno scrittore, ma in questo caso la risposta è semplice, infatti nell’Italia degli intellettuali di regime e dei professionisti delle storie a lieto fine, uno come lui può essere considerato solo un autore di storie sconclusionate. Purtroppo, una scrittura che mischia esperienza di vita, riflessione e che mette al bando l’autocensura dà fastidio. Noi amiamo l’arte puritana, o al massimo quando vogliamo dar spazio a qualcosa di diverso, controcorrente, la infarciamo di volgarità; ma essere volgari non vuol dire essere fighi, bensì si dimostra tutto un certo amore per l’ignoranza.

Trevisan era un ultimo ed era fiero di esserlo. Era un geometra, un operaio, un uomo lontano dai salotti e da tante altre cose. Detto ciò, Black Tulips merita, va letto soprattutto per la sua brutale contraddittorietà, così sarà felice anche Einaudi.

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