Notte nera: per non dimenticare Adelchi Argada

Daniela Grandinetti dedica il racconto “Notte nera” ad Adelchi Argada, il militante comunista appena ventenne ucciso a Lamezia Terme dai fascisti a colpi di pistola. L’omicidio avvenne il 20 ottobre 1974. La foto in copertina è di archivio
Era la primavera delle menti, l’anelito dei corpi. Cantavano, qualche chitarra e molte voci.
Discutevano. Corpi legati da una corrente intima: non si conoscevano, non sapevano niente l’uno dell’altro, ma non importava, erano una cosa unica che si muoveva contro un mostro. Era una danza. Erano anime che talvolta si scontravano duramente e non arrivavano a fondersi. Eppure marciavano insieme.
Una volta un ragazzo dal volto di perla disse: «Mio padre fa l’operaio, mio nonno era contadino. Dopo le scuole medie ho fatto due anni di lavoro in fabbrica, in casa mia non abbiamo mai avuto soldi. Mio padre però ci teneva che studiassi, così ho fatto le superiori, ho conosciuto l’ambiente degli studenti, ho cominciato a interessarmi di politica. Le ho prese dai fascisti, una sera mi hanno riempito di botte, dieci contro uno. Sono tornato a casa e mio padre era furioso, ma lo era contro di me.
Mi andavo a cacciare nei guai, mi disse. È guardando mio padre che ho capito da che parte stare, perché quando il sistema ti fa credere che un lavoro in fabbrica è quanto di meglio tu, povero, possa desiderare, e quel posto di lavoro lo devi difendere a costo di perdere la dignità, vuol dire che il sistema ha vinto». Una ragazza si alzò e andò a sedersi accanto a lui. Era così che funzionava.
È dei giovani il tempo del dubbio e della costruzione di ideali che appaiono possibili quando non si ravvisa il pericolo. La gioventù si ritiene immortale e per questo con il diritto di essere eroica. In quell’età si è generosi per impeto naturale.
L’aria stava cambiando, soffiava il vento forte della rivolta e bisognava affidarsi a quell’onda tralasciando i desideri, le ambizioni personali, il tempo per sé, in nome di un sogno, di un obbiettivo comune. Erano parte di qualcosa di grande, di utile, perfino di necessario.
Stavano accalcati in stanze intrise di fumo e di canzoni, di tesi e antitesi, di dialettica e di silenzi, di pugni alzati e lotte, di cause infinite e sconfitte che mai li avrebbero annientati. Erano giovani, innamorati l’uno dell’altro, bastava uno sguardo, un sorriso, una mano tesa. Era un tempo e un momento che non conosceva le derive dell’odierno spaesamento di valori e sentimenti, il senso del collettivo predominava su tutto e si esprimeva anche nel conflitto. Un tempo in cui non rimpiangevi di non essere nato. Quello per molti è stato il tempo migliore.
Fino a quella sera. Fino al tempo che segnò la notte nera.
Un padre in viaggio a Roma per accompagnare la moglie gravemente malata, nella notte nera sentì la notizia alla radio, ma poco prima di conoscere il nome della vittima, girò d’istinto la manopola e la spense. Chiuse gli occhi con l’angoscia che gli attanagliava il petto. Dio, fa’ che non sia lui. Un giovane con in corpo la rabbia di un esercito di uomini, nella notte nera, in una cucina qualsiasi con la tavola apparecchiata, sfidò con lo sguardo sua madre e suo padre. Quando gli dissero tu stasera non esci, è pericoloso, lui urlò con tutto il fiato che aveva in corpo “lo hanno ammazzato, avete capito? I fascisti lo hanno ammazzato.”
Era scoppiato in lacrime e con un gesto titanico, quasi avesse nelle braccia la forza della vita contro la morte, afferrò il bordo del tavolo e lo rovesciò. Tutto planò fragorosamente sul pavimento, piatti, bicchieri, minestra, la voce lamentosa di suo madre e quella imperiosa del padre, i detriti di esistenze che lì, in quel momento, non avevano per lui nessun valore. Poi uscì e si incamminò nella notte nera, a cercare qualcuno come lui, per provare meno dolore.
Un altro non riuscì a dormire, e fu così per molto tempo, fino a quando non perse la ragione e diventò esso stesso la notte nera. E quelli che le avevano prese, prima della notte nera, proprio da quei fascisti che gonfiavano il petto e si sentivano onnipotenti, forti, armati, con il ghigno della violenza elargito a ogni loro passaggio.
E poi un altro ancora, che sognò per molto tempo di ammazzare con le proprie mani colui che aveva allargato il cuore di un amico dagli occhi azzurri, e lo aveva trasformato in un fiore rosso sul petto rubandogli la vita. Tu, non lui, pensa sempre al risveglio, avresti dovuto morire in quella fottuta notte. Quattordici volte, quattordici colpi. Quattro volte, quattro pallottole che hanno spento lo sguardo di un giovane lavoratore comunista nella primavera delle menti e dei corpi. Era la sua, la nostra primavera. E. Tu. L’hai spenta. Quattro volte. Maledizione.
E lo sguardo di un amico, che ancora oggi, a distanza di così tanto tempo, si fa buio come la notte nera, la stessa ombra negli occhi di quella sera, quando arrivò la telefonata che divise il dopo dal prima.
Su tutto: il grido di una madre, che nella notte nera fece tremare le case con i tappeti buoni e quelle con i panni stesi sul vicolo. Ovunque la sentirono non poterono fare a meno di inginocchiarsi come fosse la fine del mondo, di fronte all’ingiustizia di una vita spezzata. A colpi di pistola. Un impeto nel mettersi nel mezzo di quella traiettoria. Quello, ti ha ucciso.
Un grido che non si è mai spento.
Un grido nei tremila nella piazza, dopo, ai funerali.
Il dubbio, però. Adesso.
Forse, ci siamo spenti noi.
