Giuseppe Genna ci parla del suo “L’uomo che non doveva tornare”

Giuseppe Genna ci parla del suo “L’uomo che non doveva tornare”

Dopo aver recensito per BorderLiber “L’uomo che non doveva tornare”, Alessio Barettini ha intervistato Giuseppe Genna. Una chiacchierata a tutto tondo con lo scrittore milanese che non ha mancato di lanciare, come nel suo stile, qualche saggia provocazione. Buona lettura

Leggendo “L’uomo che non doveva tornare” si ha l’impressione che tu ti sia divertito. Che dopo anni di lavoro di scrittura che scende in profondità, che trivella il presente e scandaglia il futuro, tu abbia deciso di guardare tutto dall’esterno e, in qualche modo, tirare le fila. È così?

R: A dire il vero, le cose non stanno del tutto in questo modo, anche se, senza saperlo, tu cogli un elemento essenziale che ancora non si è sviluppato del tutto, poiché è in via di evoluzione. Ciò che una volta fu il narratore onnisciente, in questo libro e in quello che seguirà prossimamente, attiene a una diversa natura, anche dal punto di vista della tecnica e dell’impostazione narratologica. In questo libro tutto è completo e al contempo insufficiente, però è cosa certa che un occhio guarda dall’esterno. Non soltanto: un’intelligenza valuta tutto ciò che essa stessa mappa, prescrive e, come sta accadendo nell’attuale passaggio storico, linguifica – scrivendo e parlando. Nell’apparente thriller “L’uomo che non doveva tornare” il titolo è ambiguo e in quell’ambiguità stanno le ragioni dello sviluppo posteriore del libro stesso.

Fatte queste considerazioni, non mi diverto mai, se lavoro a un libro, nel senso in cui suggerisci. Piuttosto c’è da rilevare nel libro l’elemento apparentemente comico di una faccenda tragica. La deformazione fisica (alcuni personaggi, come la homeless, i due calabresi Spavento e Manzuni, oppure quel Calimani che è collega storico dell’ispettore Lopez ), la deformazione della geografia ormai priva di scala e in cui ogni località vanta una celebrità geometrica nell’occhio equalizzante di Maps, oltreché la deformazione architettonica (il locale Paradiso) guardano certamente a una tradizione canonica, dalle tavole di Apocalypsis cum figuris di Albrecht Dürer al Teatro Naturale di Oklahama in Amerika di Franz Kafka. Questo deformarsi in direzione di cieli metafisici o di sismi storici è un elemento narrativo, una componente specifica narrativa e non poetica direi, che mi ha sempre affascinato.

Un’altra cosa che notavo recentemente e di cui vorrei avere una tua opinione riguarda il modo con cui fai muovere l’ispettore Lopez, ovvero attraverso le fitte maglie della contemporaneità. Questa scelta non ti ha spaventato? Voglio dire, sembra che molti scrittori contemporanei, almeno in Italia, abbiano difficoltà a inserire la loro narrativa nella storia contemporanea. A te questo procedimento non solo sembra che non intimorisca, ma che ci sguazzi. Come mai secondo te la letteratura italiana avverte questa distanza?

R: La narrativa e la poesia italiane contemporanee le frequento, ma prediligo autrici e autori stranieri, per quanto questo paradossale esilio linguistico, pur risiedendo in patria, sia per me duro e difficile da affrontare. Uno dei momenti più alti della mia esistenza intellettuale è stato sicuramente il dialogo che ho avuto l’occasione di intrattenere dal vivo con Don De Lillo, quando Einaudi pubblicò la versione italiana del suo Zero K. DeLillo articola la storia passata, quella presente e quella futura secondo metriche che investono non soltanto il linguaggio, ma il pensiero e i suoi arconti, cioè il destino e la casualità, il tempo cosmico e quello extracosmico, le velocità che tollerano o impongono il superamento delle costanti della bolla universale in cui si sviluppa l’ambigua vicenda della nostra specie.

Se Underworld designa l’abbraccio finale a una storia ancora comprensibile secondo linee spezzate del presente di allora, quello che avanzava accelerando ai tempi della scrittura di quell’opera, con Zero K e con il precedente Point Omega si ha una visione complessa dell’intreccio tra metafisica e storicità. Si applicano in DeLillo, a questa altezza, i canoni estetici di una narrativa filosofica e poetica che per paradosso non ha nulla a che vedere con i generi stessi o con classificazioni per periodi. Zero K non è fantascienza e Point Omega non è postmoderno. Se consideriamo il dittico finale dell’opera di Cormac McCarthy, cioè The Passenger e Stella Maris, ci troviamo nuovamente a quelle coordinate per cui la storia non coincide mai con sé stessa né tantomeno inerisce alla documentazione che prova a classificarla, a certificarla, a mapparla.

La storia storica, quella del presente, entra in Michel Houellebecq in modo mirabile, a volte addirittura se ne avverte un’eco quasi profetica, anche se la sua letteratura anticipa di poco tempo i fatti della cronaca o della storia. Non è profezia, bensì lettura del testo della realtà, che comporta sempre un numero ristretto di possibilità, estremamente evidenti e prevedibili allo sguardo dell’intellettuale e dell’artista. “L’uomo che non doveva tornare” è una parte autoconclusa proprio di un dittico. La storia non è più una, così come la distinzione tra vero e falso o qualsiasi categoria di interpretazione del mondo. Il libro ha per oggetto questa trasformazione genetica della storia, perché la questione oggi mi pare la possibilità del salto di specie, cioè l’avvento di un passaggio in cui la storia umana non sarà più leggibile secondo le linearità a cui eravamo abituati. Si è sotto mutazione, con le macchine che premono per innestarsi nella cognizione, nell’emozione e nel corpo.

Non so come sia possibile prescindere, non dico nell’atto poetico, ma certamente in quello narrativo, da un momento storico di trasfigurazione dell’umano come l’attuale. L’enciclica di Leone XIV, che peraltro è citato in incipit del libro, si intitola Magnifica Humanitas esattamente per questi motivi. Probabilmente questo tipo specialissimo di letteratura, cioè la teologia, è in piena fioritura, mentre altrove cade l’immagine, cade la parola e cade il suono, per dirla con William Burroughs.

L'uomo che non doveva tornare

Mi sembra che tu abbia disseminato il romanzo di piccole citazioni, giocando con il lettore. Me ne sono accorto perché una frase mi ha ricordato una vecchia canzone di Bertoli, poi ho letto un post in cui qualcuno notava lo stesso atteggiamento, questa volta verso Giulio Mozzi. Questo discorso mi sembra si inserisca in quello della recensione fatta da Claude e che hai pubblicato sul tuo profilo Facebook e sul tuo sito (www.giugenna.com). Del resto il ruolo delle IA ti affascina da tempi non sospetti, e forse nelle frasi brevi del tuo romanzo, nella tua sintassi spezzata e asfittica, si potrebbe intravedere, se non una comunanza di stili, almeno il tuo interesse per certe forme di scrittura?

R: Non si tratta di un esercizio ironico, il che poteva forse darsi in un periodo globalmente industrializzato come l’epoca estetica definita postmoderna. Se alcune vibrazioni da Wallace Stevens o da Paul Celan o da Franco Battiato sussistono nel testo, non è per un gioco enigmistico o enigmatico. Piuttosto ciò avviene perché credo che abbiamo tutti a che fare con un momento di passaggio assai simile a quello che realizza T.S. Eliot con La terra desolata (continuerei a tradurre in questo modo The Waste Land). Alla fine di quel poema, un brandello di Gérard de Nerval sta accanto a un residuo di Dante Alighieri: non è la discarica della storia e nemmeno la restanza confusa di una cultura centrifugata, bensì si tratta delle “bianche ossa” che restano in punta di evoluzione e sparizione della specie.

Il discorso sulle e della Intelligenza Artificiale è ovviamente molto complesso. E anche opaco, a partire proprio dalla questione che si definisce tecnicamente dell’opacità dei processi a cui assistiamo con i sistemi linguistici dell’A.I. conversazionale. Si definiscono opachi, perché non sappiamo cosa e come avviene davvero nel processo decisionale che restituisce un risultato discorsivo stratificato e coerente. Siamo nell’ignoranza che è sempre una condizione beata e dannata, mentre una macchina dei saperi si alimenta e si mette progressivamente in moto in maniera sempre più autonoma. L’Intelligenza Artificiale è l’ultima lettrice della nostra storia. L’umanità pare molto disinteressata alla forma libro e al fatto letterario, mentre l’A.I. esercita un’ossessiva attenzione a ciò che è scritto. Qualcosa di scritto è un testo eccezionale di Emanuele Trevi, risalente a qualche anno fa. Il titolo (e ovviamente il corpus stesso del libro, poiché il titolo è una citazione da Pasolini) definisce una sintesi perfetta dell’ambiguità attuale. Ambiguità che certifica una nuova ontologia del testo, stavolta a prescindere dall’umanità. Qualcosa è scritto, non si sa se da un umano e precisamente cosa.

In questo periodo quali sono gli autori che leggi e che ti interessano di più?

R: Ho molto diradato le letture letterarie e contemporanee. Sono vittima infelice di un’interruzione continua e di un sovraccarico informativo del complesso nervoso, un po’ come tutti in epoca digitale. Sono pochissimo presente sui social anche per questo, non manco ma ho limitato quasi del tutto gli interventi o, per dirla con Norman Mailer, la pubblicità per me stesso. Mi ritrovo in letture perenni che sono le “bianche ossa” della formazione umanistica. Frequento la filosofia occidentale e orientale, le scritture universali che attraversano l’arco storico, mi espongo soprattutto alla poesia, non soltanto quella contemporanea o moderna.

Mi trovo ad avere a che fare con un verso che per giorni mi tiene inchiodato, con una parabola evangelica o un sermone che mi paralizzano per una settimana e con un sutra o un’immagine o un passaggio sonoro mi accade lo stesso. Tutto mi sembra avere acquisito un peso decisivo. Mi pare attualmente incongruo per me leggere in modo onnivoro, anche data l’enormità della proposta attuale, dove sono in risalto decine di titoli comunque fondamentali (come fai a non leggere cosa sostiene Giorgio Parisi, cosa afferma Raymond Kurzweil, cosa teorizzano Henry Kissinger prima di morire o Mario Draghi in sospensione attica, cosa rivelano su Enrico Mattei Vincenzo Calia e Giuseppe Oddo? – giusto per fare alcuni nomi tra le centinaia di possibili).

Tra le arti, poi, quella più viva mi pare il cinema, nonostante l’abominio mainstream. Film come Bardo e Digger di Alejandro Iñárritu, Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis, Racconto di due stagioni di Nuri Bilge Ceylan o April e Beginning di Dea K’ulumbegashvili (meritoriamente prodotta da Luca Guadagnino, egli stesso regista interessantissimo) hanno al momento una preminenza assoluta rispetto alla produzione letteraria attuale.

Domanda da rotocalco TV anni ’90: l’ispettore Lopez non doveva tornare ed è tornato: e ora dove andrà?

R: Non è ancora andato. Sta arrivando di nuovo. Chi legge “L’uomo che non doveva tornare” ha forse l’impressione che sia effettivamente tornato, ma non è detta l’ultima parola. Perché a questo stiamo arrivando: all’ultima parola.

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