Maometto il Comunista

«Maometto il Comunista» è un articolo di Martino Ciano. In copertina un’immagine creata con l’intelligenza artificiale
Maometto il Comunista è un amico mio che è venuto in Italia per lavorare. È arrivato qui che conosceva solo tre parole di Italiano: «Ciao, Sì, Merda». Poi, negli anni, ha imparato il dialetto della zona facendo il muratore. All’inizio si faceva capire a gesti, balbettando qualcosa che stava tra la sua e la nostra lingua.
Per farsi comprendere ci metteva tanto impegno. Era perspicace. Quando uno gli ha chiesto: «Che è la giadda?», quello ha capito subito che voleva dire «jihad». Così, lui ha risposto: «Cosa cattiva, cattiva proprio» e ha continuato a mangiare pane e mortadella e a tracannare una birra. Fanno parte della tradizione nazionale sia la birra, sia la mortadella, sia la colazione di metà mattinata seduto sul muretto.
Maometto il Comunista prende meno degli altri. Il suo stipendio è calibrato in base alle sue esigenze, e lui ne ha qualcuna in meno rispetto agli italiani. Almeno, questo gli spiegò una volta il suo datore di lavoro, che lui ha sempre chiamato Patrone, proprio con la «t». È una delle prime parole che gli hanno insegnato quelli che lavorano con lui. «U patruni, u patruni», ripetono a volte gli italiani abbaiando.
Maometto ha notato che uno parla male dell’altro al Padrone per strappare un trattamento migliore. Un modo di fare che gli ricordava l’atteggiamento delle donne negli harem degli sceicchi.
C’è chi scherza ancora sul fatto che un giorno lui si farà saltare in aria. Anche perché, in più occasioni, lo hanno beccato mentre ascoltava uno che invece di parlare si esibisce in uno scioglilingua. E lui gli va dietro, con le lacrime agli occhi.
Ma Maometto il Comunista gliel’ha detto chiaro e tondo a tutti: lui a volte cerca qualcosa di familiare che lo riporti per un momento a casa, un po’ come fanno i calabresi che cercano nei ristoranti del mondo il peperoncino che per un attimo li faccia sentire di nuovo seduti intorno al tavolo della festa. È un gioco che praticano coloro che se ne sono dovuti andare dalla loro terra per necessità e non per scelta.
E poi ha detto anche che a lui di conquistare l’Italia in nome dell’Islam non interessa proprio. Anzi, secondo il metodo occidentale si vive bene, troppo bene. Pure fare il delinquente è divertente. Solo che ora, con questa storia dell’invasione islamica appoggiata dai comunisti, lui si trova un po’ spaesato perché non ha capito di cosa si sta parlando. Maometto non sa nemmeno cosa sia il comunismo, così come non lo sanno i suoi compagni di lavoro che parlano solo di donne e di scopate immaginarie.
Sa però che gli girano i coglioni perché lui prende meno dei muratori italiani, i quali si lamentano che non riescono ad arrivare a fine mese.
E lui allora cosa dovrebbe dire? Sì è rotto di mangiare pane e mortadella e di dividere una casa con altri 12 tizi, che qui chiamano Talebani. Maometto il Comunista si sente preso per il culo. Altro che Corano e Paradiso di Vergini, lui crede che ovunque vada sia trattato come una bestia. Da casa sua è scappato perché si è sentito perseguitato, qui si sente sfruttato.
Maometto il Comunista è proprio nato sfortunato, ovunque vada lo trattano come uno stronzo. Ma come lui però ce ne sono tanti, perciò quando il sabato sera si ubriacano insieme, pensano che dopotutto farsi saltare in aria non sarebbe una cattiva idea. Almeno, prima di crepare, si portano via qualche pezzo di merda. Senza rancore, logicamente.
