Bristol: Echenoz e la fiction della vita

Bristol: Echenoz e la fiction della vita

Articolo di Martino Ciano. In copertina: “Bristol” di Jean Echenoz, Adelphi, 2026

Un registra mediocre, un film da girare, un compromesso allettante e un’atmosfera che mette in mostra tutto il dramma di un uomo che è vero solo «fingendo». Benvenuti tra le pagine di Bristol, romanzo dello scrittore francese Jean Echenoz.

Eppure è tutto così ironico in questa storia, come solo le cose assurde possono apparire a chi prova ad annodare i fatti con la ferrea logica. Il libro inizia con un uomo che si schianta al suolo dopo essere precipitato da una finestra. Fatto sta che è un momento che resta lì, sospeso, tanto da sembrare senza senso.

Il bello di questo romanzo è che assomiglia a un film e, come un lungometraggio, tutto si concentra in ciò che lo spettatore vede, perché «inquadrato». Il vero problema è però uno: Bristol non sa di non essere il regista dell’intera messinscena. Spaesato, come il miglior Charlot di Chaplin, si muove per il mondo inciampando.

Questa comicità di fondo è il segno dei tempi: essere parte di un sistema senza saperlo; lottare per la propria indipendenza finendo però dietro le sbarre di un’altra gabbia dorata. Nel caso del nostro registra, personaggio al quale è impossibile non affezionarsi, il suo spaesamento attesta che egli stesso vive ai margini della realtà senza averne coscienza.

Postmodernismo e minimalismo si mischiano in una scrittura per immagini, quasi dovessimo allenare più i nostri occhi che non l’immaginazione. Echenoz infatti ci mette tutto davanti. Costruisce le ambientazioni in ogni dettaglio, senza però diventare manierista. Ci fa camminare al fianco del suo personaggio, ci ammanetta a lui mettendoci a disposizione i suoi occhi.

Ciononostante, queste scelte stilistiche non ci subordinano alla storia, ma ci rendono spettatori attivi. Noi ragioniamo insieme a Bristol, ci poniamo al suo stesso livello di inconsapevolezza; ci facciamo trascinare in quel vortice di «Vabbè» che trasforma ogni drammatica verità in qualcosa che si accetta stoicamente, quasi facesse parte di un copione al quale non si possono apportare modifiche.

In questo modo, quindi, Echenoz non fa altro che usare la metafora del film per descrivere l’esistenza. Ciò che resta è qualcosa che sta a metà strada tra «la fiction» e la «nuda vita». In poche parole: esserci inconsapevolmente nonostante i nostri tentativi di dare un senso alle cose. Bristol diventa così un uomo che recita, come tutti noi, in un film dal finale aperto.

Anche lui, nonostante sia l’ideatore, lascerà, come gli altri, tanti punti interrogativi senza risposta. Questa coazione a ripetere è la vita che, per ciascuno, passa senza autentiche certezze. Alla fine, invece, di un «Vabbè» potremmo esclamare «Si salvi chi può».

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