Assalto a un tempo devastato e vile: la periferia secondo Genna

Articolo di Martino Ciano. In copertina: «Assalto a un tempo devastato e vile» di Giuseppe Genna, edizione Mondadori 2002, oggi disponibile in una versione riveduta e ampliata, pubblicata nel 2020 da Minimum Fax
Come già specificato, di questo libro è disponibile una versione pubblicata dai tipi della Minimum Fax, io invece conservo gelosamente l’edizione 2002 targata Mondadori e trovata in un mercatino dell’usato.
Tutt’ora credo che questo sia un libro da leggere, ma soprattutto conservato per il suo valore storico. Non starò qui a elencare le opere di Genna che ho letto. Lo considero uno dei migliori autori italiani, perché sa unire il particolare all’universale, l’autobiografico al contesto sociale. In questo modo ogni parte parla a «te-lettore», a «te-persona», a «te-spaesato».
«Assalto a un tempo devastato e vile» è un racconto che parte dalla periferia, da un mondo alieno su cui la politica, la società dello spettacolo, la stampa-fiction si soffermano solo per impietosire, per strappare facili consensi. Poi, sfumata l’ondata, nessuno se ne ricorda
Ma questa non è arte impegnata, né intellettualismo-pop, io ci vedo solo un tentativo di giocare con quel popolo che vive nell’ombra, che nonostante le disquisizioni emancipatrici se ne frega e va avanti. Ciascun componente di questa enclave abitata da disgraziati vive nel mondo, ne viene investito e pian piano si adegua a esso come meglio può. Nessuno è straniero, ma non viene assimilato per sua volontà, bensì per osmosi.
Quando Genna scrive questo libro indefinibile, che sembra contenere saggi brevi, racconti e riflessioni, egli abita in quella periferia milanese che non è solo degrado, ma è soprattutto «non luogo di sopravvivenza» in cui la Storia bussa, reclama e qualche volta riscuote.
Un po’ come un Baudrillard e un po’ come un Jarry, Genna si guarda intorno e scrive del suo «sconfinamento». Lui abita lì da generazioni. Lì si è formato. «Che gran privilegio», ho esclamato in diverse occasioni, perché chi vuole scrivere storie ha bisogno delle periferie. Chi vuole narrare dev’essere un cinico.
A un certo punto Genna racconta del funerale di Primo Moroni, un’attivista politico di cui non avrete difficoltà a trovare notizie. Anzi, fatelo perché così vi farete un’idea di cosa sapevano un tempo custodire le periferie. Da quel momento in poi «Assalto a un tempo devastato e vile» diventa un piccolo diario che celebra «la fine di un mondo».
Questa edizione è del 2002, il libro è stato scritto sul finire del Novecento, quindi da Millennials posso confermare: quel mondo non esiste più e persino le periferie hanno cambiato volto. Fatto sta che tra queste pagine c’è già l’immagine dei nostri migliori anni, vissuti come un sogno a occhi aperti.
Bambini cresciuti male; adolescenti in perenne stato di angoscia; adulti che affrontano ricerche teologiche tra figure popolari velocemente consumabili; balordi che pronunciano ragionamenti tautologici. Ecco cosa siamo. Non esiste oggi la periferia come luogo capace di fomentare qualche avanguardia. No, vivere in periferia vuol dire essere marginali, inutili. Si può essere ricchi di sogni, ma anche carichi di angoscia. La realtà morde e manda a morte.
Allora cos’è questo libro? Per me è la realtà. E la cosa più importante è che se un tempo avessi letto «Assalto a un tempo devastato e vile» avrei dovuto immaginare, aggrapparmi alle parole e schiattare di invidia perché Giuseppe Genna ha vissuto tutto questo. Ma nel 2002 avevo appena vent’anni. Oggi invece non ce n’è bisogno: ho deciso di abitare in Calabria, la periferia d’Italia. È di sicuro diversa da quella descritta tra queste pagine, ma ormai «ogni mondo è paese». Tutto si è omologato a quel tempo vile che non sappiamo più prendere d’assalto.
Genna ha ragione: «È morta un’epoca», nessun ideale ci riscatterà e nessuna periferia sarà più un laboratorio. Siamo stati destituiti da un romantico neoliberismo. Anche scriverne, ormai, è solo un passatempo da intellettuali. La narrazione che piace di più alla gente è quella proposta dai TikToker politicizzati a caccia di un degrado mantenuto, voluto e protetto dal potere.
A noi resta la letteratura? Sì, finché durerà. Intanto buona lettura.
