Napoli-New York: l’Italia e i suoi drammi rimossi

Articolo di Adriana Sabato. In copertina la locandina del film “Napoli-New York”
Guardando il film “Napoli-New York” mi vengono in mente le abitudini della nostra società, che sembra aver dimenticato cosa sia la povertà vera, e che, sempre più viziata da un lusso ormai apparente, si crogiola e si distrae, o meglio viene distratta, dai nuovi problemi.
La guerra, la corsa agli armamenti, il caro vita, l’aumento spropositato dell’energia, del costo della vita, delle problematiche ambientali, della continua aggressione al patrimonio boschivo. Sicuramente questo film ha tanto da insegnare a tutti.
Sopra ogni cosa il fatto che noi italiani siamo stati e lo siamo ancora (penso ai giovani che dal Sud partono in cerca di una vita migliore ) migranti, come adesso sono i popoli in fuga dalla guerra e dalla miseria, migrano verso l’Europa.
Con la regia di Gabriele Salvatores, e un cast fatto ottimi attori: Pierfrancesco Favino, Dea Lanzaro, Antonio Guerra, Omar Benson Miller, Anna Ammirati, Anna Lucia Pierro, Tomas Arana, Antonio Catania, “Napoli-New York” è tratto da un soggetto di Federico Fellini e Tullio Pinelli ritrovato casualmente anni fa da Augusto Sainati, Salvatores riesce nel miracolo di trasferire una storia coeva di Paisà e Sciuscià, nel nostro presente.
La forma del film è in tre atti: la Napoli derelitta del dopoguerra, sospesa fra miseria e nobiltà, il transatlantico che attraversa l’oceano carico di migranti di terza classe stipati nel ventre oscuro della nave e infine l’arrivo a New York con la Statua della Libertà intravista nella nebbia e scambiata per un’icona mariana.
Carmine e Celestina, i due bambini protagonisti, sono due piccoli scugnizzi partenopei: vivono come capita, sfuggono alle regole e sognano una vita migliore. E a un certo punto, come i migranti di oggi, decidono di andare via. Di raggiungere il loro altrove. Lamerica.
Ma tra le luci sfavillanti di una New York ridisegnata con la computer graphic, i due si smarriscono e poi si ritrovano, aiutati da una coppia senza figli formata da due italo-americani (Pierfrancesco Favino e Anna Ammirati) che vivono da tempo nella Little Italy newyorkese. Echi dei ragazzi di strada di “C’era una volta in America”, si mescolano con una riflessione su quando eravamo noi italiani i migranti respinti come “brutti sporchi e cattivi” da chi si riteneva migliore di noi.
E nel finale la fiaba riesce anche a farsi carico di una lucida diagnosi sullo statuto peculiare di chi è ritenuto straniero. “Io – dice Celestina – non sono straniera, sono solo povera. Chi è ricco non è mai straniero.”
Salvatores si mette in gioco. Tenta, si reinventa, sperimenta. Esplora strade nuove. Rifiuta di adagiarsi comodamente nei modelli sperimentati con successo in passato, e prova a esplorare nuovi registri e nuovi linguaggi, sempre inseguendo un’idea di cinema che sappia essere al tempo stesso elegante, colto e popolare. Tutto questo con grande radicalità e lucida coerenza.
