Il Cristo Redentore: un libro sul simbolo di Maratea

Articolo di Marco Ponzi. In copertina: «Il Cristo redentore di Bruno Innocenti» di Biagio Limongi, MTS edizioni 2025
Il golfo di Policastro ha una costa magnifica; spiagge di sabbia o di ciottoli, calette e insenature caratterizzano un paesaggio variegato e armonioso. Le montagne hanno profili precisi, ben definiti, quasi levigati.
È una costa a tratti selvaggia che conosce il turismo da decenni, un turismo prevalentemente balneare che si è sviluppato sempre di più a partire dal secondo dopoguerra. Stiamo parlando, in particolare, del tratto che va dalla Basilicata al nord della Calabria, lato tirrenico.
Uno dei contributori allo sviluppo economico di questa zona è stato il conte Rivetti, un industriale del tessile che creò occupazione installando delle fabbriche nella zona.
Questo diede grande impulso allo sviluppo del territorio, sotto ogni punto di vista.
Sempre più innamorato di queste zone, e tornato da un viaggio in Brasile ove Rivetti poté osservare il Cristo di Rio de Janeiro, il conte commissionò un’opera monumentale allo scultore toscano Bruno Innocenti, una statua colossale che potesse ispirare “un nuovo inizio” e, volendo, anche rivaleggiare con quella di Rio, molto più alta e dallo stile più classico.
Innocenti fece diversi sopralluoghi per individuare il posto più adatto alla statua secondo il suo progetto, compatibilmente con le necessità ingegneristiche, le condizioni geologiche e climatiche e, alla fine, fu scelto il monte San Biagio, a 623 metri sul livello del mare; il monte domina l’abitato di Maratea e, in poche parole, tutta la costa sottostante, offrendo un panorama impareggiabile.
La statua, alta oltre 20 metri e pesante circa 500 tonnellate è stata ultimata nel 1965. Si tratta della seconda statua più alta d’Italia, dopo il colosso di San Carlo Borromeo, che però poggia su un piedistallo ed è in rame.
Il libro “Il Cristo redentore di Bruno Innocenti” scritto dal professore Biagio Limongi racconta la costruzione della statua, partendo dall’idea e spiegando qualcosa delle tecniche costruttive. Nel testo sono presenti anche testimonianze fotografiche relative ai bozzetti, alle fasi della costruzione e diversi dettagli della statua.
Innocenti fu uno degli scultori più affermati della sua epoca e la costruzione del Cristo rappresentò una sfida non da poco, anche per uno della sua esperienza.
Vennero adottate tecniche costruttive nuove, per l’epoca, ma per un profano, è comunque sorprendente apprendere che le fondamenta della statua siano situate a decine di metri di profondità, scavate nella roccia; un’operazione necessaria per rendere stabile una statua soggetta alle forze continue dei venti o ai movimenti tellurici. È anche interessante sapere che la statua è cava, ovvero vi sono spazi ispezionabili per la manutenzione.
Osservando da più vicino la statua, si noterà che sembra divisa in sezioni; questo perché l’opera non è un unico blocco di marmo ma si tratta, in realtà, di una colatura di cemento misto a scaglie di marmo di Seravezza e le sezioni sono state colate una sopra l’altra. Il marmo arricchisce l’opera conferendole più brillantezza.
L’autore, in questo volumetto, si è focalizzato particolarmente sull’aspetto spirituale dell’opera e sul suo significato più intimo ma allo stesso tempo più universale. Non si sa se questa spiritualità corrisponda davvero al sentire dello scultore ma è una interpretazione plausibile su cui si può discutere.
A differenza del Cristo di Rio, quello di Maratea ha una barba corta e il viso giovane. Inoltre, le braccia sono innalzate verso il cielo ma non a forma di croce e la statua è rivolta verso la chiesa e non verso il mare. Lo sguardo della statua è rivolto verso il basso, come per dialogare coi pellegrini.
Le linee del manufatto sono essenziali ma sinuose, quasi come se simboleggiassero un abbraccio verso il cielo o verso l’osservatore.
Non è possibile, dunque, non notare l’imponenza della statua e la sua grandiosità; una grandiosità che forse voleva anche omaggiare il committente. Si dice, ma potrebbe essere solo un pettegolezzo malizioso, che lo scultore abbia voluto rendere il volto di Cristo simile a quello del conte, forse per ringraziarlo per l’importante commissione che poi è stata donata alla città.
In fin dei conti, conte e Cristo possono essere considerati entrambi benefattori.
