Aree interne: andare oltre il freddo dato

«Aree interne: andare oltre il freddo dato» è un articolo di Guido Borà. «Come si costruisce un argomento quando i numeri dicono il contrario?»
Quando ascoltiamo o leggiamo la frase “Bisogna andare oltre il freddo dato”, il nostro interlocutore, relatore, giornalista o opinionista del momento ci sta implicitamente dicendo: “l’evidenza empirica, mostrata dai dati, sta smentendo i miei convincimenti ma io vi dimostro che ho comunque (sempre) ragione raccontandovi alcuni episodi salienti, emozionali, fatti che i duri numeri non vi potranno mai rappresentare”.
Ciò è molto somigliante all’affermazione “ogni singolo caso ha la sua storia” dello storico tedesco Johann Gustav Droysen che si scagliava contro il metodo statistico, a suo avviso, non adatto al metodo storico, perché riduce i fenomeni a una media.
Nel caso specifico la critica era rivolta allo storico Henry Thomas Buckle, che applicava metodi statistici e scientifici ai suoi lavori. Prendiamo ad esempio la formula A = a + x utilizzata da Buckle per spiegare il tasso di nascite illegittime “A”: in cui “a” è presumibilmente la parte spiegata – tipo reddito, condizioni economico sociali ecc.- mentre “x” è quella residuale, la parte più importante secondo Droysen.
Oltre a questa posizione, che si inserisce nel contesto di fermento statistico in cui era stata formulata, riportiamo un caso nostrano, che nel tempo, è diventato l’esempio qualunquista per eccellenza, ossia la poesia “La statistica” di Trilussa composta negli anni Venti del Novecento. A un certo punto si legge: “se nun entra nelle spese tue,/t’entra ne la statistica lo stesso/perch’è c’è un antro che ne magna due (polli NdA).”
Ora, oltre l’uso improprio di un piccolissimo campione non significativo formato da due individui, esistono metodi statistici, forse al tempo ancora poco noti ma in seguito no, che avrebbero rilevato immediatamente la concentrazione della ricchezza in mano a un solo individuo. Il coefficiente di Gini (1912), infatti, è pari a 0,5 nel caso di massima concentrazione in un campione di due individui, mentre nel caso di equidistribuzione sarebbe stato pari a zero.
Più semplicemente basterebbe comprendere che la media aritmetica è un indice di posizione che può assumere lo stesso valore a fronte di differenti distribuzioni per cui per uno statistico è d’obbligo affinare l’analisi ricorrendo a un qualche indice di variabilità: varianza o deviazione standard, che misurano la dispersione dei valori attorno alla media. La varianza (Fisher 1918) è la media dei quadrati degli scarti dalla media; la deviazione standard (Pearson 1894) ne è la radice quadrata.
Nel caso della poesia di Trilussa tali indici avrebbero assunto un valore pari a 1 sinonimo di massima dispersione o variabilità che rende evidente che nel nostro minuscolo campione, un individuo non ha polli mentre un altro ne ha due (anche qui in caso di equidistribuzione gli indici sarebbero stati entrambi pari a zero).
L’opinione pubblica priva di una minima alfabetizzazione statistica purtroppo tende ancora, dopo più di un secolo, a identificare la metodologia statistica con la sola media.
Tornando a tempi più vicini a noi, una quindicina di anni fa, il giornalista Giuliano Ferrara in un dibattito televisivo, a chi gli stava snocciolando dei dati relativi a un fenomeno, rispose provocatoriamente “Ma voi davvero credete ai dati?”.
Il recente, inaccettabile, attacco del Presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni all’Istat trova terreno fertile in questa temperie culturale dove gran parte dell’elettorato ha una profonda diffidenza sulla produzione dei dati.
A questo atteggiamento antiscientifico, perché solo con i dati e la corretta metodologia è garantita la riproducibilità delle evidenze empiriche, si associa nel nostro Paese un’impostazione culturale essenzialmente ostile alle leggi dell’economia.
Nel secondo dopoguerra, lo slogan del partito della Democrazia cristiana sul “predominio della politica sull’economia” era la colonna portante della politica economica. Gli estimatori e i lodatori del tempo andato sostengono che il buon governo dell’economia fu assicurato dalla capacità della classe politica di tessere una rete con la classe dirigente al fine di costruire un sistema economico a larga partecipazione pubblica.
Mentre, nel frattempo, il debito pubblico, vera palla al piede della società italiana, tornava ad aumentare a dismisura. Vorrei ricordare che il nostro debito pubblico è una zavorra di origine principalmente preunitaria ereditata dagli stati e staterelli che di volta in volta erano annessi allo stato unitario tanto che nel 1861 eravamo già intorno al 40% del PIL (Francese e Pace 2008).
Grazie alla crescita economica a due cifre degli anni Cinquanta e di parte degli anni Sessanta il rapporto debito/PIL diminuì per tornare a crescere nuovamente negli anni successivi a causa dei diffusi interventi dello Stato nell’economia, dell’evasione fiscale e di una crescita economica meno sostenuta.
Il primato della politica e il disprezzo del dato presentano un inconveniente non trascurabile: le misure di politica economica sono varate, ancora oggi, con valutazioni discutibili circa l’impatto sui conti pubblici e sull’economia.
Un esempio lampante sono le convinzioni ai tempi del Governo Conte-Salvini-Di Maio (2018) su un favoloso moltiplicatore della spesa pubblica: per un euro speso bene si sarebbero ottenuti 5 euro di PIL e 1,3 euro di entrate fiscali. Gravi errori sono stati compiuti anche nel passato: lo testimoniano i 379 mila miliardi di lire (fonte SVIMEZ 2001) spesi dalla Cassa per il Mezzogiorno dal 1951 al 1998 (di cui 109 mila miliardi in agevolazioni in investimenti privati e il resto in sgravi contributivi) senza che la distanza con il Centro-Nord sia stata pienamente recuperata.
Più di recente è tristemente nota la vicenda del Superbonus 110% del 2020 con il suo buco di bilancio di più di 170 miliardi di euro. Dal 2005 è stato istituito un “percorso logico” denominato Analisi dell’impatto della regolamentazione (AIR) in veste di supposto tecnico all’attività normativa. In tale sede bisogna prevedere l’analisi delle ricadute della normativa sui cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni anche con la la progettazione delle misure più idonee per risolvere un determinato problema ma non è questo l’articolo per discuterne tutte le sue implicazioni.
In Italia esiste dal 2015 anche l’Ufficio Valutazione Impatto (UVI) del Senato istituito dall’allora presidente Pietro Grasso. Come recita il portale istituzionale, l’UVI è un organo tecnico e imparziale che “realizza analisi e valutazioni delle politiche pubbliche basate sull’esame – anche sperimentale – dei rischi, dei costi, dei benefici e dell’efficacia, e che rispondono alle domande: Questa legge ha funzionato? Il cambiamento desiderato è avvenuto davvero? Si sarebbe potuto fare meglio? Sono stati soldi ben spesi?”. La qualità del lavoro dell’organo del Senato è rilevante ma purtroppo ha una scarsa eco mediatica per cui è necessario fare un esempio.
La Strategia Nazionale per le Aree Interne Snai è nata nel 2014, su iniziativa dell’allora ministro per la Coesione Territoriale Fabrizio Barca, come politica basata sul territorio per contrastare spopolamento e marginalizzazione nei comuni più distanti dai servizi essenziali (istruzione, sanità, mobilità).
Queste aree sono caratterizzate da rilevanti problemi socioeconomici associati a elevati tassi di spopolamento e abbandono: quota di popolazione anziana 65+ elevata rispetto alle aree centrali, reddito pro-capite inferiore e minore densità di attività produttive.
Nel ciclo 2014-2020, attuato effettivamente dal 2018, sono stati programmati 390 milioni di euro per 72 aree, pari a 1,5 milioni per comune e a 625 euro pro-capite. Alle prime 19 aree pilota, corrispondenti a 269 comuni, sono stati pagati 29 milioni di euro.
Con la programmazione 2021-2027 la Snai si conferma uno strumento di politica economica rilevante: i comuni raggiunti complessivamente sono circa 1.904 con 4,5 milioni di residenti con più di 1.700 progetti presentati e oltre 400 milioni di risorse.
La Snai è passata sotto la lente di un Focus UVI intitolato “Come far rinascere i paesi spopolati? I primi risultati della Strategia nazionale per le aree interne” (Monturano et al. luglio 2023).
Il lavoro concludeva che nella fase pilota la Snai non ha invertito lo spopolamento nonostante abbia favorito la nascita e la sopravvivenza di attività economiche. I comuni che hanno ricevuto finanziamenti hanno registrato in media 4 unità locali (imprese) in più il primo anno e 5 in più nel secondo anno grazie a maggiori aperture o a minori chiusure, con effetti benefici nel raggio di 10 chilometri.
Un secondo studio di Banca d’Italia intitolato “Dieci anni dopo: la Strategia nazionale per le aree interne è stata efficace?” (Mariani 2025) arriva a conclusioni analoghe: nel decennio della programmazione Snai non si osserva un incremento demografico ma solo di quello delle imprese del 2% senza effetti significativi su occupazione e prezzi delle abitazioni.
Come al solito si conferma il gradiente Nord-Sud: i Comuni del Nord hanno dimostrato una capacità maggiore di impiegare le risorse rispetto a quelli del Sud. Ecco, noi vorremmo leggere più studi così strutturati e meno vuote chiacchiere senza dati.
