Non arrivare a fine mese: «conosci una lamentela diversa?»

«Non arrivare a fine mese» è un articolo di Martino Ciano. In copertina una immagine creata con l’intelligenza artificiale
Non arrivare a fine mese non è una lamentela dei nostri giorni, ma una costante dell’esistenza dell’italiano medio. Io ricordo questa «condizione» come qualcosa di permanente che ha danzato nella mia mente da quando scoppiò Tangentopoli, nei gloriosi anni Novanta del Novecento.
Ero un ragazzino attento, subissato dalla mania di mia madre di ascoltare una decina di telegiornali al giorno, cambiando istericamente canale sul televisore. «Che cazzo vuoi sapere più di quanto non sappiamo già. Siamo muro a muro con l’ospedale», sentenziava mio padre che invece era un macellaio stoico, amante della pennichella post-pranzo e post-cena.
Mia madre invece lo mandava al diavolo, additandolo come «ignorante», mentre sputava dalla bocca il fumo della sua Diana Blu che qualche anno dopo avrei cominciato a rubare per gettarmi nell’illusione adolescenziale del tabagismo «adultizzante». E proprio mio padre, con la sua tipica espressione sardonica, mi diceva di non aver fretta di diventare adulto «che poi sono cazzi amari».
Diventare adulti, infatti, coincideva con il lamentarsi sempre: i soldi per uscire; i soldi per fare bella figura con gli amici o con la ragazza; i soldi per le sigarette; i soldi per la benzina; i soldi per la vacanza; i soldi per le bollette; i soldi per il cibo; i soldi per i vestiti; i soldi per i figli. Vaffanculo i soldi. Lavorare per non arrivare a fine mese. Ecco qui, ci siamo. È cambiato solo l’ordine di importanza dei bisogni.
C’è stato un tempo in cui abbiamo creduto che mangiare e bere fossero diritti acquisiti, inalienabile, così come vestirsi con poco. Ma era solo frutto di un lavaggio al cervello. Alla fine siamo cresciuti con cibi processati a basso costo, prodotti con sostanze di origine incontrollata. Anche le grandi aziende, quelle che pubblicizzavano sanamente il proprio prodotto, ci hanno avvelenato. Lo sanno loro e lo sappiamo noi.
E guardiamoci ora: generazione di quarantenni con problemi di malassorbimento e con viscere facilmente infiammabili. Tumori a destra e a manca e infarti folgoranti figli di inoculazioni progressiste e sperimentali. Tutto questo per non arrivare a fine mese? Sì, il progresso marcio fa cadere i denti e genera l’invecchiamento precoce.
Rimbalzano in me le parole di mio padre: «Non aver fretta di crescere che poi sono cazzi amari». Intanto guardo orde di ragazzine adulte e ragazzini glabri: tredicenni con seni e glutei sviluppati, già pronte a raccontare di avventure precoci, seguiti da pischelli dalla pelle pallida, senza segni mascolini, che sputano fumo aromatizzato da sigarette elettroniche.
Camminano a distanza, si lanciano sfottò, parole da adulti di cui non conoscono il significato. Due gruppi separati: l’uno ha paura dell’altro. Qual è il loro linguaggio? Loro hanno mai sentito nelle loro case la frase: «Non arrivare a fine mese»? Cos’è per loro questo mondo? Mi sento colpevole, ma non chiedetemi il perché.
