Il fanciullino che fine ha fatto?

Il fanciullino che fine ha fatto?

Articolo di Martino Ciano. In copertina l’edizione Feltrinelli di «Il fanciullino» di Giovanni Pascoli, con prefazione di Giorgio Agamben

In fin dei conti mi sono sempre sentito un ragioniere, perché tra i banchi di un Istituto professionale per il Commercio, a 17 anni, folgorato da una giovane professoressa che faceva lezione seduta sulla cattedra, come se fosse poggiata su uno scoglio, nacque l’amore per quel sapere fatto di narrativa, storia e filosofia

Iniziò così, da un romanzo di Gabriele D’Annunzio: Giovanni Episcopo, edizione Newton & Compton, collana Cento pagine a Mille lire. E da allora non ho solo letto, non ho solo appreso, ma mi sono divertito a scoprire. E anche laureandomi in Storia e Filosofia, sempre ragioniere di incomprensibili disquisizioni mi sono dichiarato. Volutamente.

Non scrivo per davvero, semplicemente gioco con l’interpretazione. Senza orpelli. Leggere è un’esperienza, come se fosse un viaggio. E quando io ho visto nello scaffale della Libreria Ubik-Victoria di Praia a Mare una copia di «Il fanciullino» di Giovanni Pascoli, mi è tornata in mente quella professoressa seduta su quella cattedra. Io forse innamorato la seguivo con lo sguardo; ora mi è davanti agli occhi della mente.

Ho preso tra le mie mani «Il fanciullino» e ho notato che il testo era preceduto dalla prefazione di uno dei miei filosofi preferiti: Giorgio Agamben. Sono stato felice. Ho avvertito lo stupore. Ho assaporato la meraviglia. Mi sono di nuovo calato nel ragioniere che dopo i suoi conti si lascia andare «a qualcosa che sta altrove». Divertendomi, sono tornato a scoprire un «classico».

Ma del «Il fanciullino» di Giovanni Pascoli ne parlano in tanti da quando uscì, nel 1907, anche se i primi capitoli furono pubblicati nel 1897. Io ho solo rivisto me stesso. D’altronde, per il buon Giovanni nazionale, il fanciullino era una figura universale, senza una patria in particolare, la cui voce, man mano che gli anni avanzano, non la vogliamo più ascoltare.

Il fanciullino non è altro che colui che ingenuamente – che non vuole dire stupidamente – guarda le cose e le nomina come un «novello Adamo». Egli non usa orpelli, non è né forzatamente civile o impegnato socialmente; lui è la voce della vera poesia, quella che non si inventa, ma si scopre nelle cose che vengono osservate. E in questo lavoro di estrazione egli stupisce gli altri solo dopo aver stupito sé stesso. Non ha bisogno di altro.

È questa la poesia secondo Pascoli. La poesia è la voce del fanciullino che sa rimettersi nella natura, in quanto essa è il posto da cui l’umanità è uscita e a cui, per ignoranza e per supponenza, non vuole più fare ritorno.

Perciò il fanciullino non cerca gloria, non sgomita per ricevere premi, non calunnia il suo prossimo per diventare vate. Egli sa attendere la morte e lascia che siano gli altri a ripetere le sue parole nei secoli. E anche se ciò non avvenisse, egli avrebbe assolto comunque al suo compito: essere nella natura.

Così furono Platone, Virgilio, Orazio, Dante e Leopardi, che Pascoli prende come esempi di coloro che fecero della poesia qualcosa di «stupefacente». Ma qual è la lingua del fanciullino? Essa è una lingua morta, dice Pascoli, e riporta Agamben nella sua prefazione. Morta nel senso che essa è dimenticata; sepolta sotto le spoglie del fanciullino che abbiamo zittito; messa in soffitta da quei mille ghirigori che piacciono ai poeti che si compiacciono del loro linguaggio.

Il fanciullino invece ama l’essenziale, lavora di sottrazione, sfrutta al massimo l’imperfezione, perché la vita è ruvida. Si mostra grezza e nessuno ha gli strumenti per renderla un bijoux. Allora è qui che la poesia diventa qualcosa da scoprire, in quanto essa è nella gioia e nel dolore. È nella natura delle cose. La poesia è natura.

Allora, leggendo «Il fanciullino» ho scoperto che l’Italia non è mai cambiata, ma è nata storta e che mai potrà essere raddrizzata. Pascoli parla della scena letteraria di quell’epoca, così come io e altri, da semplici osservatori, raccontiamo dell’attuale «Repubblica delle Lettere» composta da vati, poeti e intellettuali che decidono chi può entrare nell’Olimpo e chi deve invece guardarlo da lontano. Il fanciullino abita però tra gli scacciati.

Mi sentirò per sempre ragioniere e fin quando la morte non mi separerà dal mio corpo, io vivrò in quell’aula di scuola, a osservare la mia professoressa seduta sulla cattedra come se fosse su uno scoglio, così bella ai miei occhi, da farmi muovere verso «il sapere» con stupore.  Non è questo che importa? Attraverso Pascoli io ricalco solo le memorie di me «fanciullino», la cui voce ho seppellito tra gli orpelli di una convinta sapienza che velocemente si è dispersa.

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