Vigoressia: storia di una Pallamerda

Vigoressia: storia di una Pallamerda

“Vigoressia” è un racconto di Martino Ciano. In copertina un’immagine creata con l’intelligenza artificiale

C’era la volontà di distruggere il corpo, di disintegrarlo e di rimodellarlo. C’era la necessità di scomparire per un po’ di tempo per poi riapparire in una veste completamente nuova. Glielo suggerivano la Tv, i social, i nutrizionisti tiktoker, alcuni amici che avevano deciso di trasformare il loro fisico flaccido in un groviglio di muscoli.

La mania di certi esemplari di sesso maschile di rendersi duri e tonici, bellamente sproporzionati, era stata definita dagli esperti «vigoressia». Per lui invece era semplicemente un atto di coraggio; l’ingresso in un mondo che aveva tutti i mezzi per bandire i difetti, l’accettazione di esistere in una contemporaneità che dispensa o la perfezione o la dannazione.

La sua fissazione per i muscoli si contorceva in un gioco di immagini riflesse. Il difetto fisico, captato con precisione millimetrica dai suoi occhi, metteva in crisi il suo sistema nervoso per un giorno intero. La sua ossessione erano i fianchi, secondo lui, troppo rotondi e prominenti. Li voleva duri e a goccia. Tra un allenamento e l’altro, tra riposo e movimento, si impegnava a depennare cibi, a calcolare calorie, a ingerire amminoacidi e sostanze purificanti.

Ogni centimetro di tessuto adiposo era avvertito come parte di un corpo alieno aggressivo, più pericoloso di una neoplasia. «Il virus, il virus non vincerà» diceva guardandosi allo specchio mentre faceva pulsare i muscoli del petto, tanto da farli sembrare animati da un’eccitazione che si rifletteva nel gluteo arrotondato, nei bicipiti ovali che si facevano spazio tra braccia che per troppo tempo gli erano sembrate pale eoliche.

Ancora c’era da lavorare: grasso da eliminare, carne da solidificare, corpo da asciugare. E poi c’era un’ossessione da curare… Vigoressia, Vigoressia…

Mentre shakerava la sua pozione di vitamine e proteine al retrogusto di lampone, ricordò proprio quello sciroppo all’amarena che la nonna teneva in frigo e che lui tracannava fin quando un dolore ai denti non lo bloccava, donandogli un sorriso divertito su cui si poggiavano fiotti di lacrime. Erano gli anni della fanciullezza in cui era schiavo di una fame rabbiosa, alimentata dalle voci stridule dei suoi amici che lo chiamavano «Pallamerda».

Quei guaiti molesti gli rimbombavano in testa, nel petto, nello stomaco. Anche se erano passati due decenni, lui ancora li sentiva e li abbatteva alzando pesi, assaporando il suo beverone, vedendosi nello specchio gonfio, ma con ancora qualche difetto. Difetti che presto sarebbero spariti; difetti che dimostravano la sua umanità; difetti da cui si sarebbe redento.

Gli esperti chiamavano quella mania per i muscoli «vigoressia», per lui era solo vendetta tramutata in benessere, in nome di tutte quelle ragazze che avrebbe conquistato e abbandonato. «Pallamerda» non esisteva più, lo specchio ne era testimone. I suoi muscoli tenevano lontano quel bambino grasso, quelle voci stridule emesse da ragazzine che ridevano mentre lui ingurgitava una pizzetta per poi ruttare in faccia a ciascuna di loro.

Lo accerchiavano senza però avvicinarsi. Si godevano lo spettacolo di lui che divorava qualsiasi cosa mordicchiandosi anche le dita. Quando Pallamerda mangiava era meglio non avvicinarsi. Sapeva tirare pugni. Una volta se la prese con uno ragazzino timido del primo anno che per guadagnarsi la stima dei più grandi lo chiamò «Porchetta».

Senza pensarci troppo, lui lo scaraventò nell’erba del cortile della scuola, si sedette sopra, si mise due dita in gola e gli scaricò un conato di vomito. Quello a terra, inzaccherato e puzzolente, iniziò a piangere mentre quelli intorno applaudivano, gridavano. Uno disse: «Meglio di una Fatality di Mortal Kombat».

Ora non più. Pallamerda è morto e sepolto da quella che gli esperti chiamano «Vigoressia». Si era evoluto. Era figlio di quel mondo contemporaneo che dispensa eterna perfezione, anche se qualche difetto resisteva per mettere alla prova la sua volontà.

Ancora c’era da lavorare: grasso da eliminare, carne da solidificare, corpo da asciugare. E poi c’era un’ossessione da curare… Vigoressia, Vigoressia…

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