Elize: le ombre di una donna

Vittima, carnefice o entrambe? La complessa verità dietro “Elize: le ombre di una donna”. Articolo di Letizia Falzone. In copertina un’immagine modificata con l’intelligenza artificiale
Non è mai facile approcciarsi a un’opera true crime cinematografica quando il fatto di cronaca da cui attinge è ancora fresco nella memoria collettiva, ultra-mediatizzato e già sviscerato in ogni suo dettaglio da inchieste e documentari. Il delitto Matsunaga, consumatosi nel maggio 2012 a San Paolo del Brasile — in cui la trentunenne Elize Matsunaga uccise e smembrò il marito Marcos Kitano Matsunaga, erede del colosso alimentare Yoki —, è stato per anni un perno del voyeurismo mediatico brasiliano.
Nel 2021 Netflix ne aveva esplorato la componente documentaristica con la docu-serie “Elize Matsunaga: C’era una volta un delitto“. Oggi, il regista Felipe Vellas, affiancato dalla penna esperta del romanziere e sceneggiatore Raphael Montes, tenta la via della finzione pura con “Elize: le ombre di una donna“.
Il risultato è un dramma psicologico claustrofobico e volutamente asimmetrico, che preferisce l’esplorazione del controllo coercitivo alla spettacolarizzazione del macabro.
L’errore più comune in cui questo adattamento avrebbe potuto cadere era puntare sul sensazionalismo efferato della dinamica dell’omicidio (lo sparo in testa, lo smembramento dell’anatomia, la dispersione del corpo all’interno di valigie da viaggio). Vellas e Montes scelgono invece la strada opposta: il delitto è un punto di partenza implicito, non la climax su cui costruire lo spettacolo.
Strutturato a capitoli temporali sfalsati, “Elize” si muove costantemente su due binari
Il presente claustrofobico: l’isolamento emotivo di Elize nell’attico di lusso della coppia, una prigione dorata fatta di specchi, marmi freddi e silenzi tesi.
Il passato frammentato: le origini umili di Elize nel Paraná, il suo passato da escort, l’illusione della scalata sociale e la progressiva erosione della sua autonomia per mano di un marito ossessivo.
Questa scelta narrativa decostruisce il mito dell’“istantaneo raptus di follia”, ponendo al centro dell’attenzione l’escalation graduale e microscopica della violenza psicologica.
Un’interpretazione fuori dagli schemi
Il vero pilastro su cui regge la pellicola è l’interpretazione di Lorena Comparato. La sua Elize è distante dagli stereotipi della femme fatale o della sociopatica fredda e calcolatrice. È una figura tragica, ambigua, perennemente sul filo del rasoio tra la vittima e il carnefice.
Al suo fianco, Arthur Toyoshima nei panni di Marcos costruisce una figura di marito sfaccettata, evitando la caricatura del mostro urlante per restituire invece la figura più sottile e minacciosa del manipolatore educato.
“Elize: le ombre di una donna” si attesta come un prodotto di finzione formalmente impeccabile, sorretto da una grande prova protagonista e da una regia che sa gestire la tensione senza scivolare nel macabro gratuito.
È un’opera che farà discutere per il suo punto di vista sbilanciato, ma che riesce nel suo intento principale: mostrare come la violenza domestica non sia fatta solo di lividi visibili, ma di una lenta e spietata demolizione dell’identità.
