L’Apocalisse può aspettare: elogio al Settembre calabrese

L’Apocalisse può aspettare: elogio al Settembre calabrese

Articolo di Martino Ciano. «Un grido ironico per dire che l’Apocalisse può aspettare. Essa è già tra noi». In copertina un’immagine scattata dall’autore

Camminando in bicicletta nel deserto post-estivo, dopo che una leggera pioggia ha diluito il caldo con la brezza, tu sconfini passando di ombra in ombra. Non è stupore, bensì orrore per tutto ciò che nel mondo appare, compreso tu.

Ma l’Apocalisse può aspettare. Non ce la fai più ad ascoltare le voci di profeti che cavalcano l’onda della distruzione totale. Il cambiamento climatico, la guerra in Russia e in Iran, il prezzo dei carburanti in costante aumento, il genocidio di Gaza, gli incendi sul Tirreno cosentino. Sporchi tiranni e democratici indifferenti. Il mondo è un bordello, ma questo allarmismo è noioso.

La morte sembra essere ovunque, sicuramente anche nel luogo in cui cammini. Eppure sembri rilassato, come se tu avessi assunto serotonina. Invece è successa una cosa meravigliosa.

Hai dato un certo ritmo ai tuoi pensieri. Esso si manifesta con uno sciame di farfalle che svolazza tra stomaco e sterno, ma che poi precipita però nell’intestino. Qualcuno li descrive come alti e bassi della sensibilità percettiva, cioè assorbi e respingi contemporaneamente energie aliene che vorrebbero tanto alleggerirti quanto appesantirti il cervello. In poche parole c’è una forza che ti fa vedere prima il problema per intero e poi la soluzione dell’intero.

Ma non sei Dio. Sei limitato. Non puoi risolvere niente se non piccoli disguidi quotidiani come fare la spesa e pagare le bollette. Pensa se tu avessi dei figli o una moglie. Allora una pedalata diventa una fuga verso qualcosa di radioso.

Sì, l’Apocalisse può aspettare. Non puoi che ripeterlo ad alta voce, tanto intorno a te non c’è nessuno. Le strutture balneari sono abbandonate al loro destino. La stagione è finita; le strade sono popolate da quattro gatti, alcuni di essi sono in calore e miagolano; i locali sono chiusi, restare aperti costerebbe troppo; il personale è a spasso; tutti sono felici perché dopo novanta giorni di lavoro senza riposo si può fare tardi e si può dormire fino a mattino inoltrato.

C’è una brezza dolce che accarezza i nervi e li distende. Pedali, pedali, pedali e vai veloce. Ti senti atletico e soddisfatto. In altre parti del mondo è l’inferno, qui da te è appena iniziata la pacchia. L’Apocalisse può aspettare. Sarà oltre lo specchio il silenzio che cercavi, perché qui ogni cosa appare deformata. Saprai rinascere senza scomparire. San Paolo scrisse una cosa del genere in una delle sue lettere.

Persino l’oscurità con il suo brusio ti sembra una barriera protettiva. Che magnifica cosa sentirsi protetti. Dopo cena serve questo: illudersi che domani andrà bene anche la routine, che il mondo è tutto ciò che capita accidentalmente nel nostro sguardo.

L’Apocalisse può aspettare. Nessuno la vuole o la cerca.

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