Risveglio di Primavera: Wedekind e la tragicomica adolescenza

Risveglio di Primavera: Wedekind e la tragicomica adolescenza

Articolo di Martino Ciano. In copertina: “Risveglio di Primavera” di Frank Wedekind, Adelphi, 2026

Per quanto ognuno di noi l’abbia attraversata, essa ci appare ancora come un’età oscura che non si mostra mai per intero. Tormentata e perturbante, è capace di trasformare persino la gioia in qualcosa di inquieto. Stiamo parlando dell’adolescenza, età misteriosa che ci ha lasciato solo tante domande.

L’adolescenza che ci viene mostrata dal drammaturgo Frank Wedekind nella sua opera teatrale, “Risveglio di Primavera”, non è tanto differente da quella dei nostri giorni. Infatti, i pensieri dei giovanissimi protagonisti di questa “tragedia” di fine XIX secolo sono uguali a quelli dei ragazzini di inizio XXI secolo. Cambia il contesto, ma non quella schizofrenia fisica, mentale e ormonale che di giorno in giorno trasforma fanciulle e fanciulli.

Quando però Wedekind presentò la sua opera, la prima cosa che ricevette fu una censura; tant’è che questo testo lo pubblicò nel 1891 a proprie spese. Solo nel 1906, cioè dopo quindici anni e con qualche “adattamento” ai costumi e alla morale dell’epoca, riuscì a calcare il palco del teatro di Berlino. Da allora, però, il suo successo non ha conosciuto sosta.

“Risveglio di Primavera” intreccia i destini di alcuni studenti che fanno conoscenza della vita e della morte, del sesso e della pudicizia. Il loro avvicinamento a pratiche e pensieri poco consoni al buoncostume è costante. L’autore ci pone tutto su un piano ironico, anche quando il dramma si manifesta in ogni suo aspetto. Ma l’intento non è quello di creare uno shock generazionale, bensì quello di mostrare la caducità di una società che mente spudoratamente sulla natura dell’uomo, quindi su sé stessa.

L’adolescenza appare come il momento in cui tutto può essere messo in discussione, in cui ogni esperienza può essere ripetuta fino alla noia. A guidare lo spirito c’è una carica di immortalità e di impunità. Persino giocare con il suicidio, quindi con la morte, diventa lecito e stuzzicante. Come capita nella realtà, chi vive questa fase si scontra con l’autorità: questo mostro che ingloba genitori, scuola e Stato, che ha il compito di limitare e di dirigere le pulsioni.

Wedekind prende questi elementi e crea un’affascinante pièce teatrale che non ha paura di scontrarsi con le convenzioni. C’è uno svelamento dell’ipocrisia, ma soprattutto di quel potere che prova a contenere, nonché a sclerotizzare, le naturali mollezze dell’essere umano. Va detto che il tono è molto ironico, eppure non mancano cinismo e macabri risvolti.

Per intenti, “Risveglio di Primavera” ha richiamato alla mia memoria due opere: “I turbamenti del giovane Törless” di Musil e “Sovvertimento dei sensi” di Zweig. Oggi, Adelphi riporta tra le nostre mani un pezzo importante del teatro moderno, che ci mostra come l’indagine di alcuni temi resti sempreverde. Peccato che noi contemporanei abbiamo messo su questi argomenti il timbro della banalità.

A dimostrazione di ciò, c’è da considerare la prefazione dello scrittore statunitense Jonathan Franzen, che arricchisce il tutto con quel gusto postmoderno che ci dà modo di interpretare meglio questo testo.

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