Essere sensibili? C’è un prezzo alto da pagare

Quanto costa avere una percezione profonda della realtà circostante? Sensibilità uguale a virtù o condanna? Ce ne parla Mariarosaria Valente in questo articolo “sull’essere sensibili”
Ci sono spesso domande a cui non si riesce a dare risposte immediate, e poi ci sono quelle legate al senso della vita che rimangono tali per l’eternità. Eppure, la psicologia moderna ha ultimamente “sfruttato” il concetto di sensibilità a favore di un quesito che le menti più argute non cesseranno di porsi: “Quanto costa l’essere sensibili?”
Se schiaffati nel marciume dell’umanità la persona sensibile è semplicemente la “sfigata” di turno, la “stupida” senza attributi, quella da escludere perché “non normale”.
Sensibile è sinonimo di fragile e vulnerabile, dunque privo di qualsivoglia capacità nel godere della propria vita.
Ma è davvero così o siamo solo figli di una manipolazione durata secoli per cui l’empatia è segno di debolezza?
Forse il mondo continua a girare un po’ troppo attorno al dualismo forte/debole e non c’è da stupirsi se vigono ancora discriminazione, violenza e odio, e l’essere sensibili in un tale contesto costa caro ed amaro.
Attenzione a non piangere, ci dissero, perché chi piange è un perdente; non ridere troppo perché il riso abbonda sulla bocca degli stolti ci ricordarono. Non dare confidenza allo sconosciuto, mettere da parte i sentimenti, sopprimere le emozioni: sono queste le regole base per un vero vincente. Vietato commuoversi, mostrarsi feriti, piangere in pubblico, abbracciare qualcuno: se lo fai hai già perso.
Immaginate un bambino nel vigore della sua autenticità e diseducato alla contorta logica del mondo: gli faranno pesare un gesto d’amore e tutte le volte che ha pianto davanti a una ingiustizia. Lo snatureranno e lo inciteranno ad essere “un duro”, a chiudere il cuore, a deridere il “diverso” e ad amicarsi il più “forte”. Con il tempo l’empatia lascia spazio all’indifferenza e i semi di bene in potenza svaniscono.
Il costo dell’essere sensibili è caro, anzi carissimo e ciò mette in crisi chi lo è. La sensibilità ha di fatto una sola definizione ossia la percezione della realtà mediante i sensi. Le accezioni però sono due: virtù o difetto?
C’è chi è intelligente ma anche stolto: ecco perché la doppia accezione. Il sensibile percepisce dunque vive; l’insensibile no, pertanto è metaforicamente morto.
Dote o condanna, la sensibilità rende capaci chi ne è dotato di vivere a pieno la realtà, cogliendone persino le più insulse delle sfaccettature.
Pesa, sì, e non lascia spazio all’ideologia del carpe diem o al “goditi la vita finché dura”. È un fardello che costa un’intera esistenza vissuta nell’incomprensione da parte dei simili e nella costante emarginazione.
È il prezzo da pagare per chi ha scelto di disarmare il male con l’amore. Chi è sensibile però detiene infondo il potere del coraggio di credere al bello nonostante le brutture della vita.
Il coraggio non si impara ma è una virtù. Essere sensibili è essere dei magnanimi che lottano ogni giorno per lenire le ferite latenti provocate anche solo da un semplice malevolo sguardo.
Chi è sensibile è un vero forte che se ama, ama davvero. Non ha facce se non la sua. È un cigno in mezzo agli anatroccoli, un fiore nella sterpaglia. E questo gli costa tanto, anzi… troppo!
