L’Estate: Ungaro e la poesia che sa raccontare

Articolo di Martino Ciano. In copertina: “L’Estate” di Simone Ungaro, Connessioni, 2026
La raccolta “L’Estate” di Simone Ungaro si muove in una direzione controcorrente rispetto a molta poesia contemporanea. Qui non c’è ricerca dell’effetto immediato né dell’aforisma da condividere, ma un lavoro paziente, quasi silenzioso, di scavo interiore.
I versi del poeta romano trova infatti ragione in uno stile sobrio e meditato, frutto di un’introspezione autentica, capace di scandagliare il momento senza forzarlo. In questo moto apparentemente analitico si rivela invece una precisione rara: ogni sentimento viene evocato con il suo nome esatto, senza sbavature né compiacimenti.
Non è poco, in un tempo in cui domina una poesia-slogan, nella quale ogni verso ambisce a essere “memorabile”, se non addirittura “motivazionale”. Ungaro, al contrario, sembra ricordarci che la poesia non chiarisce, ma apre; non risolve, ma complica: genera dubbi, alimenta perplessità, sospende le certezze. Ed è proprio in questa sospensione che si inserisce una riflessione più ampia sul tempo e sull’esperienza.
Come osserva Massimo Cantoni nella sua postfazione: non c’è stagione come l’estate in cui tempo esteriore e interiore possano divaricarsi fino a diventare sponde opposte ma segretamente comunicanti, separate dal vasto mare dell’esistenza. Un mare che non si attraversa con la fretta della quotidianità, ma attraverso immersioni lente e consapevoli, capaci di restituirci alla vita con uno sguardo rinnovato. Perché, in fondo, è sempre il tempo della semina a precedere quello del raccolto.
Ungaro fa tutto questo, con chiarezza: restituisce profondità al tempo che viviamo.
Di sicuro, siamo di fronte a una poesia che sgorga al termine di un lungo dialogo che l’autore intrattiene con sé stesso. Tutto ciò, però, non è solo intima confessione, ma anche simbolo di una coscienza vigile, che attraversa il tempo e lo spazio con la consapevolezza di essere nel mezzo di un viaggio che va vissuto con stupore.
