Premio Strega. “Recensire la dozzina”. Il commento di Barettini

Premio Strega. “Recensire la dozzina”. Il commento di Barettini

Dopo aver letto e recensito l’intera dozzina del Premio Strega 2025, il nostro Alessio Barettini ha voluto concludere con un suo commento. In copertina una foto tratta dal web

Un paio di mesi fa ho preso l’impegno di leggere i dodici romanzi candidati al Premio Strega 2025, i titoli che sono arrivati a costituire la celebre dozzina delle opere più meritevoli di narrativa, una cartina al tornasole dello stato attuale della nostra letteratura. A muovermi è stato, oltre alla consapevole e impossibile volontà di rubare il lavoro a uno dei più brillanti critici italiani, Gianluigi Simonetti, attento ad analizzare la produzione contemporanea delle uscite letterarie italiane come, mi sembra, nessun altro né altra, un certo senso di fastidio che da alcuni anni provavo già a partire dal momento della candidatura di tutte le opere.

Si comincia a parlare di Premio Strega ogni anno a partire da febbraio, e se ne parla tanto, sui social, e non solo. Questa attenzione verso il premio è insita alla vita dei social, e si sa che «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli» (U. Eco). Certo, ci sono decine di persone esperte che si esprimono, per fortuna, ma sono costrette a convivere con chiunque. Così, questo circo mediatico va avanti fino al suo punto più alto, che è la proclamazione del vincitore, all’inizio di luglio, con tutti gli strascichi del caso, vendite, discussioni, analisi e, sì, anche polemiche.

Non amo particolarmente le discussioni che nascono con questo intento, ma il Premio Strega ne porta con sé molte. Io stesso, come tutti, ne sono stato testimone, quest’anno come gli scorsi. Serie di sterili riflessioni, accese discussioni, analisi deboli. Ho voluto senz’altro evitarle, per quanto non mi sia stato possibile non leggerle. E va da sé che molte persone discutono di libri senza averli letti. Per questo, su Border Liber, a partire dall’inizio di giugno e grazie alla cura di Martino Ciano, ho pubblicato dodici articoli nei quali ho cercato di fare chiarezza sui libri della dozzina, volendo rispettare in particolare tre principi:

· il primo è quello che uso ogni volta che scrivo un pezzo su un libro, ed è quello di rifarmi alle mie conoscenze in ambito di critica letteraria, conoscenze che pur portandomi dietro dai tempi dell’università non fanno di me un critico di professione: per questo mi scuso con eventuali inesattezze o mancanze di accuratezza.

· il secondo è stato quello di evitare di coinvolgere il mio giudizio soggettivo nelle analisi: il libro che mi ha divertito di più non è secondo me il migliore, quello meno interessante per me non è privo di qualità, e via dicendo.

· il terzo è stato quello di cercare di mostrare i punti di forza e di debolezza di ognuno. Sarei stato felice di incontrare un capolavoro privo di difetti, ma così non è stato.

Da qui alcune considerazioni di massima su questa esperienza, nell’idea che si possano trarre alcune conclusioni relative allo stato di salute della nostra letteratura e della(e) comunità di lettori. Il dato forse più evidente è che su dodici libri nove presentano elementi evidenti di autofiction. Questo dato mette in luce che i lettori, oltreché gli scrittori e le scrittrici, amano leggere storie dalla forte componente immedesimativa. Due dei tre romanzi non autofinzionali sono il frutto del lavoro di scrittori esordienti, Carrieri e Ruol, peraltro accomunati da una medesima, analoga brevità. Per tutti gli altri l’autore, o l’autrice, dice “io sono”, esiste un rapporto diretto con la storia raccontata, anzi questa condizione ne è il presupposto.

Veniamo ai temi, perché anche qui ci sono diversi elementi interessanti. Sette romanzi su dodici puntano a riscoprire dei personaggi della cultura, dei media, della nostra storia, più o meno travolti dall’oblio. Nello specifico si tratta di Raffaello Baldini, Ferdinando Palasciano, Kurt Gödel, Nada Parri, Francesca Vacca Agusta, Raffaele La Capria e Dino Campana, ovvero tre personaggi della nostra letteratura (Baldini, La Capria e Campana), un medico e uomo politico di fine Ottocento (Palasciano), un fisico (Gödel), una partigiana (Parri) e la contessa Vacca Agusta, resa celebre dai fatti di cronaca che l’hanno vista tragica protagonista mediatica nel 2001, in occasione della sua morte.

Che si tratti di restituire dignità a figure ingiustamente dimenticate o la volontà di far conoscere meglio personaggi e fatti della nostra storia, in tutti i casi il lavoro degli autori e delle autrici è stato notevole, ha presupposto documentazione, studio e assemblaggio certosino, tanto che nei casi di Gödel (Gambetta), Parri (Van Straten) e Vacca Agusta (Aiolli) il lavoro di stesura è coinciso, autoreferenzialmente, con l’osservazione del laboratorio dello scrittore o della scrittrice, che ha raccontato le proprie difficoltà a entrare in relazione col personaggio in questione, a trovare snodi, insomma a costruire il romanzo stesso. Non certo superficiali sono le costruzioni delle storie intorno a Palasciano (Marasco), Baldini (Nori), La Capria (Rasy) e Campana (Martinoni), che in due casi sono coincise con le testimonianze stesse di chi scrive, Nori e Rasy, mentre per ragioni cronologiche Marasco e Martinoni hanno dovuto osservare un metodo di ricerca più tradizionale.

Va detto che neanche i romanzi di Bajani, Terranova e Anglana si distaccano da questo principio. Se è vero infatti che qui non c’è la volontà di ricostruire la vita di personaggi celebri, c’è comunque lo stesso tipo di impianto compositivo, specialmente per quanto concerne il romanzo di Terranova, alle prese con una memoria familiare da esplorare per le sue contiguità e implicazioni con la condizione stessa della narratrice/autrice, dato che il lavoro di recupero riguarda la bisnonna dell’autrice. Il caso di Bajani è anch’esso una ricostruzione familiare (ma individuale), mentre quello di Anglana presenta il medesimo schema ma applicato a una parente stretta dell’autrice alle prese con la complessa problematica dell’ottenimento della cittadinanza italiana.

A fronte di questa onda di romanzi memorialistici, è doveroso e lecito porsi alcune questioni, alla luce, direi, di un ulteriore elemento comune: la famiglia, vero perno della maggior parte di questi libri. Bajani, Terranova, Rasy, Anglana, Ruol, Marasco, Van Straten la pongono al centro della narrazione, sia che si tratti della propria che di quella della figura recuperata. La questione familiare è anche presente, seppure in modo meno centrale ma non meno importante anche nei romanzi di Nori, di Carrieri, di Martinoni e, in quelli di Aiolli e Gambetta, dove si osserva il suo ruolo in relazione alla vita dei personaggi raccontati.

Questi tratti comuni suggeriscono che i lettori italiani (o se si preferisce la letteratura italiana) sentono la necessità di mettere dei punti fermi nelle loro vite: l’intento “inventariale”, di ricostruzione, è forte, e la letteratura appare qui come una forza in grado di “mettere le cose a posto”. Si intravede cioè un aspetto taumaturgico della scrittura, che coincide con una condizione iniziale di caos. Allo stesso modo, riscoprire certe figure dimenticate si fa emblema di una stessa necessità, segno di una nazionalità senza baricentro, e di esistenze senza punti fermi. L’effetto che si produce è singolare, perché il senso della narrazione sembra essere quasi del tutto quello di unire le vite private con la vita pubblica: tutti i romanzi sembrano dire, in coro, “eccoci!”, tendono una mano come se la comunità di lettori fosse una zattera abbandonata in mezzo al mare e lo fanno nella convinzione che questo gesto sia e sarà risolutore, o se non altro consolatorio, e spesso le due cose coincidono.

Le voci usate dai narratori e dalle narratrici sono infatti lì, a mostrare un disagio di fondo, certa angoscia esistenziale ora vestita di smarrimento storico ora di mancanza di personalità. Questo, a mio avviso, è il punto più critico. Fatta eccezione per le voci ironiche di Carrieri e di Nori, che pure sono, almeno in parte, anche una copertura, e in misura diversa di Aiolli e di Van Straten, più equilibrate, l’effetto è spesso deformante, ne nasce un realismo dalle tinte fortemente patetiche, ogni autore sembra preda di un ballo elegiaco e più o meno disperato. Elemento, quest’ultimo, che per quanto autentico, non può non farmi pensare, in certa misura, a un artificio di fondo, quello di dire la semplicità attraverso arzigogoli emotivi di cui non sempre si sente il bisogno. In altre parole viene da chiedersi non se la letteratura può curare, ma se la letteratura può curare ciò che non è malato.

Abbiamo romanzi, inoltre, che pur parlando di personaggi non sempre di successo, sul successo costruiscono il proprio andamento, successo della ricostruzione, successo conclamato dagli autori stessi a fine opera, seppure implicitamente, sempre proposto paradossalmente su tonalità di fallimento. Le opere iniziano da una condizione di rottura e vanno a completarsi come momento di riuscita dell’autore. Il romanzo ne è la sua stessa visione di riscatto, il lavoro di ricerca costituisce una necessità, il suo compimento. Le opere, mescolando la memoria del singolo con un elemento più grande, creano un’interezza ibrida, soggettiva, in cerca di assoluto. Cosa vogliono dirci, dunque?

Il dolore iniziale è presupposto a ognuno di questi romanzi, le loro vie di uscita appaiono schopenaueriane, volontaristiche, non restano mai nel non detto, anzi, sin dalle prime pagine fanno vetrina un vittimismo autocompiaciuto che poi va a mescolarsi con i destini dei vari personaggi. Questi libri, pur meritevoli di essere il prodotto di scritture misurate, attente, di svolgersi su temi interessanti, di essere congegnati in modo persino ineccepibile, sono analisi di qualcosa che è mancato al mondo o all’autore stesso. La loro presenza pone al centro loro stessi, e il lavoro dei rispettivi autori e delle rispettive autrici. Ai lettori resta poco margine. Questi romanzi suggeriscono una situazione iniziale di assenza di certezze che poi viene gradualmente colmata durante la scrittura stessa. Il tutto avviene in modo tutto sommato esplicito, seguendo un percorso che va dal vuoto al pieno, che, quasi religiosamente, essi vengono a colmare. L’idea è dunque che i lettori hanno bisogno di punti di riferimento, e che questi siano possibilmente tanti, simili fra loro e ben riconoscibili. E di facile accesso.

Post correlati