Maria

“Maria” è un racconto di Adalgisa Giannella. In copertina una foto dal web
Appena si chiudono le scuole partono e vanno a villeggiàre in Cilento, terra dei padri.
Ncopp a na collina si sono accattati na casarella con un terreno che da arido e abbandunàt, miracolosamente rinasce attraverso i pasticci di Francesco. Strane misture con escrementi di vacca, avanzi di pesce, bucce di mela, terra e sabbia.
Sono nati limoni che sembrano cocomeri, pomodori neri, melanciani porpora, persino un banano e una palma da dattero. Susini, albicocchi, peschi, non smettono di fare doni malgrado la puzza dell’inguacchio allontani persino mosche e muschìll. Maria sta ferma in sala, aspettando che l’uccellino cucù spalanchi la porticina e cinguetti quattro volte. Tutto il giorno, se le sorelle non la chiamano per incontrarsi alla Marina, se ne sta in casa. Con sei figli e un marito, non s’arriposa mai. Mille faccende che per una casalinga sono sempre quelle. Arieggiare la casa, sistemare i letti, fare il bucato, spolverare, lavare bagni e pavimenti, cucinare, raccogliere panni e stirare. Se c’avanz nu poco e tiemp, tiene na vecchia Singer, la scatola del cucito e aggiusta tutt chell ca s’è strappato pure se le mani non ce la fanno neanche a tenere l’ago e a vista se ne sta glìenn.
Dopo un po’ di riposo, la vita torna a ruvutarse a casa G.
I figli di Maria tengono n’orologio int e cervell e s’appresentan ra spiaggia cu na fame ncuorp che neanche u verme solitario tene. La busta con le freselle accattate da Giovanni il fornaro, emana una fragranza di frumento che la stordisce. Sta ncopp a na mensola e per la fretta, la apre con malagrazia rischiando di romperla, mentre tutti e sei i guaglion s’assettano coi costumi bagnati ncopp e seggiol e paglia ra cucina. Ci deve preparare l’acqua sala il piatto povero dei pescatori, solo che quelli oltre alle pummarole, ci mettono le alici mentre la barca dondola dopo na bella pescata. Lei alici non ne tiene, ma la magnificenza delle freselle è che le aggiusti come vuoi tu. Se a capa è fresca e fantasia prendi una ciotola di terracotta, ci appoggi dieci, dodici fette di pane biscottato e versi sopra un bicchiere di acqua. Acchiappi due mozzarelle di bufala, i pomodorini dell’orto, qualche oliva, nu poco di tonno, tanto basilico, sale, olio extravergine e… u’ anema!
Na delizia. Maria sa che i figli non le daranno neanche il tempo di apparecchiare ma la fame è buona perché ai giovani li fa crescere che poi studiano, lavorano, si sposano e vanno via e lei e Franco, int a chella casarella, li aspetteranno tutte le estati con i nipoti che ripeteranno tutt e cos dei genitori.
La vita Maria se l’è sempre spiegata guardando suo padre e sua madre che pur inta malatìa se vasàvano e s’accarezzavano. Si è accorta che i fatti si ripetono sempre, per quanto speri che cagnàno. Si porta la mano alla fronte mentre i figli belli afferrano velocemente le frese con le mani e si fanno colare olio e pomodoro lungo le gole. Lo sguardo va alle guance cotte dal sole, i corpi snelli, le spellature su naso e spalle che a tarda sera con una passata d’olio di oliva farà sparire. Le piace il nasino di Ferdinando alla francese, le orecchie minuscole di Irene, Ada che sboccia, Gino e Salvatore i gemelli che s’accapigliano, Costabile il maggiore che li ammutisce. Maria stringe le labbra e se le succhia quando è agitata, è il tic che la caratterizza, un movimento immediato e ripetitivo che la calma, fa uno sguardo da mamma sospirando profondamente.
— Stasera sasiccie arrustut, patate e nu poc e dolce.
Nessuno ascolta, i figli sono già scappati. C’arricordano l’auciedd che al tramonto saltano tra i vitigni prima che scenda il buio, senza sosta, pecchè a libertà è bell e nun basta mai. Francesco sta al bar con i paesani e lei confinata su quella collina a San Gennaro, dopo aver rassettato, steso il bucato, preparato la cena, davanti al sole che cala inondando di lilla colline e mare, si sente sola. Allora appiccia la radio e canticchia per farsi compagnia…quando sei qui con me, questa stanza non ha più pareti ma alberi…alberi infiniti… Si chiede cosa siano gli alberi infiniti e se lo spiega a modo suo. Forse i pini che se non li poti arrivano fino in Paravis e là ci stann e cos chiù care: mamma, papà, nonna Lina, nonno Mario e Ottavio l’ultimo figlio che non è campato neanche na settimana. Dedica le ultime forze al basilico sul davanzale che per il troppo sole si sta ammosciando cumm o core suo. Avvicina il viso alla menta, con un movimento veloce ne strappa una fogliolina e ci si strofina le mani gonfie di artrite. Quello che rimane lo mette nella tasca del grembiule dove riposa pure un po’ di rosmarino.
C’è nata negli odori buoni, le ricordano la sua città. E’ nata anche nel rumore di Napoli e mò tutto questo silenzio c’ammorza il respiro. Fino al matrimonio è vissuta con i genitori e nove fratelli. Na mmuina allera di sfottò e nciùci, la casa piena di gente da matìna a sera. Don Peppino amico del padre, fisso con le carte e nu bicchierell e anice, Teresina la sarta di Ngiulella la madre, che ce l’ha coi fascisti e l’aria ammalata, Daniele il cionco che si è perso un braccio alla fabbrica di ferro e mò lavora dentro la CGIL e canosce le leggi dei lavoratori e ci dà buoni consigli a tutta la famiglia, Emmuccia la vicina che dopo un allùcco cala il paniere con le uova e il formaggio dal quarto piano perché Ngiulella le fa le iniezioni di penicillina per una brutta pleurite. Tanta gente che mò non ci sta più.
Le palpebre si fanno pesanti, le gambe sembrano chiùmmo, le piacerebbe dormire ma le madri non possono riposare e allora ci vuole il caffè, la droga del popolo perché ti sceta e ricominci a campà. Deve aggiustarsi un po’ se no Francesco dice che le femmine trascurate non gli piacciono e si trova n’ata mugliera. Entra in bagno e si guarda allo specchio. Porta due occhiaie color melanzana che ci tolgono almeno dieci anni e s’adda sistemà. Nu poc e Nivea, cipria e quel filo di rossetto che se ne andrà al primo boccone. Si infila l’abito con i fiordalisi azzurri che le ha regalato Rituccia la sorella e dal cassetto della biancheria tira fuori il grembiule pulito. La spazzola corre sui riccioli castani e con l’aiuto di qualche forcina s’acconza nu tupp come piace a Francesco. L’oscurità non ha fretta. Il mare da arancione si è fatto porpora, c’arricorda che cos s’arripetono. Sente il clacson della Ford che riporta a casa la famiglia. S’assetta sopra a na poltrona e accende la televisione sul tg che a lei non piace perché non lo capisce, ma che il marito segue con attenzione. La tavola è apparecchiata come fosse na festa. Ha messo pure nu vas con le ortensie al centro per fare allerìa pure se a malincunìa non se ne va. Quando la casa viene invasa da voci e calpestii di ciabatte, sorride. Maria ha due tipi di sorriso: quello che appiccìa quando dentro ci mette amore e compiacenza e quello che arrèmedia, nu poco sguaiato e pure forzato che spiccèca i contrasti. I figli sono già a tavola mentre Francesco guardando l’orto al tramonto morde un pomodoro poi entra, sorseggia vino e gazzosa e le stampa un bacio sulla guancia che a Maria accorcia il respiro.
— Vicienz mi ha regalato un chilo di seppie e delle alici. Te le metto nel lavandino. Dopo cena le pulisco e domani ci fai un bel sugo e un ciampinotto!
— Lo preparo domani mattina alle sei che poi mi accompagni da sorèma che al paese c’è mercato e mi voglio accattare un costume. Voglio prendere nu poc e sole pur’io!
— Brava! Chist è nu sol buon e asciuga le ossa.
Chissà se asciuga le ossa… ride Maria pensando al corpo suo come una tovaglia di lino pesante che pure sotto il sole cocente, umida rimane. Corre in cucina e tira fuori dal frigo il budino di cioccolato. Non vede l’ora di sentire i figli che strillano di felicità.
Al paese sono arrivate pure Antonietta e Angelina le sorelle minori con figli e mariti. Hanno affittato una casa che in realtà è un garage con bagno abusivo ricavato da uno sgabuzzino, ma questo è il paese che d’estate s’approfitta per fare soldi. A loro va bene pure se di notte lo scalpiccìo dei topi li terrorizza. Con cinquecentomila lire al mese si godono il mare bello perché quello di Napoli puzza e ci fa venire gli sfoghi. Maria sta a braccetto con Rituccia che non la finisce di fare battute. Parla nu poc livornese e nu poc napoletano la sorella che tiene un’energia speciale. Antonietta e Angelina le seguono ridendo come piccirèll. Finalmente ci passa la malinconia, le sembra di non averla mai lasciata Napoli fatta di accoglienza e allegrezza. Al mercato ci stanno mill culòr e caos. Astrillano assaìe i venditori pur di farsi accattare la merce. Si sceglie un costume nero e le sorelle la sfottono che pare a lutto, ma non lo sanno che mamma Ngiulell lo diceva sempre “il nero sfinisce” e con il nero si è sempre sentita bene specialmente dopo sette gravidanze che le hanno messo addosso dieci chili in più. Entrando in panetteria ordina due chili di freselle e ne mordicchia una ancora calda di forno.
— Ritù…ma quant sò speciali e fresell!
— No Marì, io voglio nu babà e La delizia tiene quelli più sfiziosi, iamm ia!
Ma sì, stasera niente budino ma babà e sfogliatelle. Pensa all’uocch spiritat re figl e ci scappa na risata. In macchina tornando a casa con la famiglia, si chiede perché il tramonto la renda così triste. Appena cala il sole scende pure la nebbia. Non se lo sa spiegare il patire che la spegne. Osserva le acacie fiorite lungo la strada e pensa che forse nascere pianta sarebbe stato meglio perché ci si riduce a poco: nascere, affrontare, morire e tutto questo senza sentire niente. Lei sarebbe voluta essere un Asfodelo, bellezza di un solo giorno, invece è Maria e adda penà.
Sono tornati al nord. L’estate è finita e sono iniziati i primi freddi. La morsa sul cuore si è fatta più stretta perché ora dovrà fare il doppio della fatica con la casa da riordinare, i preparativi per la scuola, le divise di Francesco da stirare, le cose da acquistare. Quella maledetta tristezza diventa gigantesca come il mondo da affrontare, le novità che non desidera, il corpo sempre più stanco. Dentro a una maglia di lana pesante tiene freddo mentre solleva le sedie sul tavolo per passare straccio e candeggina. Ci vuole un pensiero felice e allora ricorda il primo bagno di mare. L’acqua turchese che le solletica le gambe, lo iodio nei polmoni, il chiasso di figli e nipoti, l’odore dei cibi assemblati nei borsoni che alle dieci di mattina danno già un senso di sazietà, gli ombrelloni che si accendono sotto il sole, i venditori abusivi di cocco e limonate, le barche che dondolano in acqua sotto il peso dei guagliuncielli che le usano come trampolini, il campanile che scandisce le ore. Il costume nero le è stato utile perché non l’ha fatta vergognare. Al mare ci è andata tutto agosto e si è sentita meno sola. Si è chiesta più volte perché le sorelle non soffrissero di quella tristezza che le fa attentati costantemente dato che il sangue è lo stesso. Si è risposta che forse un abbraccio la salverebbe, l’abbraccio di chi capisce na malatìa che si mangia la voglia di vivere.
Disfa le valige e ammucchia panni e suppellettili. Ce n’è una che maneggia con cura, augurandosi che il contenuto durante il viaggio sia rimasto integro. E’ la valigia verde, quella che contiene alimenti. Il profumo delle freselle le arriva alle narici. Le solleva con cura adagiandole nello stìpo di legno sopra a un canovaccio bianco e le copre con un altro che porta ricamate in un angolo le sue iniziali MI. Accanto in bell’ordine ci appoggia vasetti di pomodoro, quelli con le alici sotto sale, il contenitore di polistirolo con dentro mozzarelle di bufala che s’hann mantenè nell’acqua loro.
Si sente il cuore in mano perché il cielo si è fatto nero, sono le dieci e non vedrà i figli fino all’una. Gli scrosci sul selciato si mangiano anche quel po’ di vita che le ha dato una tazzina di caffè. Vorrebbe riaddormentarsi ma è madre e nunn è còsa. Riprende a sistemare. C’è una conchiglia tra gli abiti dei figli, protetta da un pezzo di rete. Srotola con delicatezza le maglie, se la porta all’orecchio e ci sente il mare. Trattiene il fiato e a malincunìa si sfrantùma. Finalmente nu mòt r’allegria!
Maria sente il corpo riposato e tiene fame. Acchiappa na fresella, la condisce con pomodoro e basilico, velocemente mastica e assapora il sud che la sazia e la fa felice.
Il profumo di ragù sui fornelli l’avvisa che è ora di apparecchiare, i figli stanno per arrivare e ogni cos adda stà al posto suo. Non cerca più il senso di quel dolore che tornerà, lo sa. Socchiude gli occhi e respira forte, poi accende la radio. La voce di Modugno canta… Meraviglioso, persino il tuo dolore, potrà apparire poi, meraviglioso… L’acqua della pasta bolle, si sistema i capelli e aspetta che suoni il campanello.
Mia madre soffriva di depressione perché la stessa malattia ha aggredito me a diciotto anni, con la differenza che la medicina avendola riconosciuta come patologia, mi ha guarita.
Con il tempo, dopo aver perso un figlio, divenne sempre più apatica, perse la connessione con il tempo e andò in demenza senile per tornare bambina poco prima di morire. Quando acquisto le freselle, ripeto il rito di Maria e quei guizzi di felicità che le davano fiato. A volte le piccole cose hanno il potere di farci tornare accanto alle persone che amiamo. Capisco ora quanto si sia sentita niente, intendo non considerata sul ring della vita sprovvista di guantoni per difendersi. Ha combattuto comunque a mani nude contro il tempo che le ha dato dolori e poche felicità.
Ne ricordo l’espressione amorevole, le ombre, gli abbracci profumati di Palmolive, i sorrisi inquieti. A volte una brezza leggera, un ramoscello di ortensia, una canzone antica, il moto improvviso del mare la riportano a me. C’è una luna antica che ci fa incontrare. Appare improvvisa e porta quiete. Maria è vestita d’argento e sorride, sembra felice. Sono orgogliosa di questa potenza che le dà il cielo e non oso toccarla. Scrivo tanto di lei per cominciare a salvarmi.
