La luna edicola di Carlo Guarrera

Recensione di Rocco Giudice. In copertina: “La luna edicola” di Carlo Guarrera, Mesogea, 2023
La luna edicola (Mesogea, 2023): uno di quei titoli intriganti e incongrui, a effetto immediato delle non copiose opere di narrativa di Carlo Guarrera: per tutte, i racconti pubblicati in A occhi aperti spalancati (Mesogea 2011), chi coglie un riferimento cinematografico ha fatto centro. Il titolo, come chiave d’accesso: non tanto per le singole tappe, per i passaggi fra generi diversi: a contare è il percorso: la scrittura.
Procedendo a ritroso, i lavori di saggistica in cui la scrittura di Carlo Guarrera era al servizio della scrittura altrui e del ruolo di lettore che di essa si appropriava criticamente tramite strumenti analitici raffinati. Era già, come è stato più chiaro retrospettivamente, un misurarsi della/con la propria voce auscultata all’interno della poesia del poeta di Capo d’Orlando ne Le quattro stagioni di Lucio Piccolo, nel lontano 1991: e successivamente, nel 1997, Lo stile della voce, sempre con Mesogea, sulla oralità nella prosa, principalmente, di autori di quel codice siciliano che ha inciso nel profondo del Canone italiano: Verga, Capuana, De Roberto, Pirandello; fino a Sciascia e Consolo.
La voce nel segno e il segno nella voce: lo stile di una voce propria, ma in un rapporto né conflittuale né derivativo di scritture: semmai, una identificazione per interposta persona/personaggio, bloomiana influenza bensì priva di angoscia, in un lavoro (onirico) su codici e stili, scritture e generi letterari. Un rivelatore gioco a nascondere identità e a doppio cieco, tanto più familiare nell’era di identità virtuali e dell’intelligenza artificiale.
Stando alle regole del “giallo” – per il resto, disattese da Carlo Guarrera –, al principio di Luna edicola c’è un delitto. Yasemin Tamay, docente universitaria, collega e amica turca del protagonista, il sound designer Milo de Martinis (trasparente proiezione biografica dell’autore, che in Turchia ha vissuto e insegnato per anni: e musicista, sulla scia del maestro sconosciuto Giacinto Scelsi), si è suicidata o forse, come è venuto uso dire, è stata suicidata. Da questa chiquenade, questa spinta o piuttosto, urto traumatico per il protagonista, prende avvio l’excursus della macchina narrativa de La luna edicola. La giustizia turca convoca Milo: che potrebbe, ma non intende sottrarsi a quello che è un invito a collaborare a una indagine su un fatto tragico con cui nulla egli ha a che vedere in termini di legge, ma non di sgomento per la fine misteriosa di una persona cara.
Per Milo è anche l’occasione per tornare a Ankara, in una Università nella quale ha insegnato anni addietro: e per rivedere la Turchia, che ama, in cui la situazione politica è quale le cronache degli ultimi anni hanno documentato.
Per il lettore, questo ritorno (impossibile) al passato biografico del protagonista è un viaggio nei blocchi narrativi che l’autore allinea progressivamente. Un viaggio della scrittura e intorno a essa: La luna edicola compone – quasi in senso musicale: ma senza che nessuna linea melodica affiori facendo da leit motiv –, a partire dalla morte di Yasemin, narrazioni legate al protagonista, non all’elemento scatenante, passando da un genere a un altro.
Quali? Un memoriale autobiografico; un diario; un libro di viaggio sulla Turchia, innanzitutto, ma anche sul Giappone, benché de relato; saggistica, con una digressione, quasi un piccolo trattato di teoria musicale, da cui traspare la predilezione di Guarrera per Giacinto Scelsi, György Lygeti e Morton Feldman; un’opera al nero, di carattere gotico; la fantascienza; una analisi socio-politica delle tensioni non ancora sopite che percorrono la Turchia odierna. Pertanto, la linearità della vicenda, ne La luna edicola, non deflette dalla fabula: l’ordine cronologico è scandito giorno per giorno, qualche flashback increspa appena la consecuzione, segnata dalla focalizzazione sul protagonista.
Sarà chiaro che Guarrera salta a piè pari le convenzioni del “giallo”, l’unico genere che nel romanzo sia sullo sfondo, come punto di partenza, ma non di riferimento, contorno inevitabile o basso continuo, anziché filo conduttore. Tanto che il romanzo non si conclude con la soluzione del caso, acquisita nel corso una seduta spiritica, protraendosi ancora per quasi un centinaio di pagine.
L’identità editoriale del testo e del genere con cui etichettarlo sono l’equivalente del vuoto – la scomparsa di Yasemin – attorno a cui la narrazione si dispone: la trama come alter ego, ombra, doppio sfaccettato e polimorfo della scrittura, dell’atto di mettere per iscritto e di seguito le vicende narrate. Non è un futile dispetto a categorie venerande più o meno usurate: il giallo come occultamento di cadavere in mezzo a episodi più misteriosi e drammatici del fatto di sangue su cui si impernia è contestuale al fenomeno cui abbiamo assistito nel passaggio dall’analisi di meccanismi e fenomenologie del potere di Sciascia al restyling degli stereotipi neo-dialettali di Camilleri e per li rami, alle varianti regionalistiche del “giallo” a destinazione d’uso televisivo. Il dissolvimento di un genere sotto gli occhi di tutti (lettori catturati nella rete a strascico delle trasmissioni televisive in cui Camilleri era di casa, programmati per essere riciclati in spettatori di serie televisive di successo), come nella Lettera rubata di E. A. Poe.
Ma il lettore non avvertirà il peso di cui una ricognizione come la presente non può non dar conto. Su tutto fa aggio la leggerezza della scrittura: divertita, spesso: e a tratti, ironica, quando non beffarda. Non c’è, nella prosa de La luna edicola, una connotazione stilistica marcata: una prosa priva di sprezzature sintattiche o linguistiche (a parte i nomi di ghiottonerie e bevande turche, i titolo di qualche brano, cantante o gruppo musicale), senza cedimenti alle forme correnti fra media vecchi e nuovi e gerghi di varia estrazione e variamente assortiti, priva di scarti e forzature espressionistiche, senza concessioni a oltranze lessicali fra recupero di arcaismi e neologismi autoprodotti o repertoriati. Il registro è pressoché uniforme, ma a escursione più ampia dell’italiano medio, quanto il tono è costante: quindi, nessun minimalismo e nessuna enfasi.
Carlo Guarrera punta alla voce senza passare dallo stile. Piuttosto, il suo discorso (non è fuorviante chiamarlo così) tende al grado zero dell’espressione: un resoconto in cui la lingua si pone all’altezza dello sguardo, senza debiti o rimandi (detto a scanso di equivoci), al nouveau roman, all’impersonalità asettica che ritrovi e meriti la fiducia del lettore nei mezzi con cui l’autore si pone al suo servizio. La scrittura di Carlo Guarrera non scorre piattamente, perché nessun livello della narrazione, neppure quello metatestuale che interviene sul prodursi di essa in interazione con le attese del lettore, è al di sopra della scrittura: che asseconda le dinamiche degli eventi nel loro corso, l’evoluzione dei fatti nelle loro connessioni e incongruenze, il sistema dei personaggi nel suo farsi e sfaldarsi, i personaggi nelle loro agnizioni metamorfiche intercalate a punteggiare snodi cruciali o a trovarvi spessore.
Una scrittura-vettore, orizzonte mobile che attraversa o motore immobile che aziona interiorità dei personaggi e susseguirsi dei fatti in cui sono coinvolti: ma che non si lascia racchiudere in essi, superando il tracciato della divisione dei ruoli – fra doppi, sia persone, gemelli o sosia, che luoghi, città di superficie e ipogee; fra identità personali e sessuali; fra soggetti reali e allucinatori o bio-meccanici; tra finzione e realtà, che la scrittura dovrebbe sigillare; fra realtà e sogni che si incrociano nell’incubo.
Non vorremmo, per concludere, azzardare allegorie o peggio ancora, profezie sul “destino del romanzo”, consumato o alle viste come prodotto di serie o di pezzi unici, in un’epoca che mette in discussione, fra minacce di guerra e delizie delle nuove tecnologie super-intelligenti, molte altre cose e forse, il destino di tutti. La luna edicola induce a riflettere su questi temi senza angosce e senza illusioni, L’altra faccia della Luna edicola è meno nascosta di quanto lasci supporre una civiltà dell’immagine come eclisse per saturazione del visibile: e sulla dispersione del racconto, forma inesplorata di una metamorfosi fuori da ogni mappatura del genoma di ogni futura storia richieda di essere scritta.
