“Wendyam! La volontà di Dio”. Talatou Clementine Pacmogda e la lettura dell’Africa

“Wendyam! La volontà di Dio”. Talatou Clementine Pacmogda e la lettura dell’Africa

Recensione di Angelo Maddalena. In copertina: “Wendyam! La volontà di Dio” di Talatou Clementine Pacmogda, Tralerighe libri, 2023

La dedica che mi ha fatto Clementine, quando ho comprato il suo libro, recita così: “La vita riserva delle belle sorprese e incontrarti è una di quelle!”. Ricambio pienamente, anche perché, per me è stato il primo incontro con una scrittrice africana in Italia. Infatti, lei è ormai “un’italiana di origine burkinabè”, come c’è scritto nel risvolto di copertina.

Ha due nomi e il motivo ce lo spiega a pagina 16, dove dice: “Non si sapeva se sarebbe nato un maschio o una femminuccia, per cui non avevano scelto alcun nome. Papà disse che mi avrebbe chiamato con il nome del giorno della nascita. Era un martedì quindi Talaato”. Però a sua mamma piaceva il nome Clementine, quindi suo padre la registrò con entrambi, “ma siccome erano in un paese africano dove si parlava un’altra lingua, loro scrissero Talaatu Clementine, trasformando la lettera O in U, e con l’ortografia francese divenne Talatou!”.

Per me che ho fatto una tesi di laurea sugli scrittori figli di emigrati italiani in Belgio, è un ritorno, anzi un continuare lo studio di chi scrive dopo essere arrivato in Italia dall’Africa, come nel caso di Clementine. Finalmente è una miniera che torna a zampillare, miniera di memoria, di narrazione e di incanto. Non so se è per questo che l’ho letto d’un fiato, in pochissimi giorni, nonostante le sue 300 e più pagine. C’è una costruzione intelligente e coinvolgente, frutto forse dell’estro letterario dell’autrice o anche del suo essere figlia di una cultura orale; e ciò si nota nel ritmo incalzante senza interruzioni, neanche per segnalare la fine di un capitolo e l’inizio di un altro!

Un racconto che inizia con un ritorno in patria dell’autrice, nel 2011, e che parte da una figlia, sempre l’autrice, che chiede alla madre di raccontarle la storia intricata della loro famiglia; cosa che potrebbe sembrare una tecnica letteraria per dare spazio al racconto orale, appunto, ma in realtà è verosimile, perché Clementine, da piccolissima, vede il padre poche volte, perché quando lei nasce, in Costa d’Avorio, lui e la madre sono già emigrati dal Burkina Faso, per poi farvi ritorno. In queste poche righe ci sono spunti per mandare in pezzi le idee fuorvianti e fuori dalla realtà che abbiamo dell’Africa e degli africani.

La prima è quella che gli africani vengono tutti in Europa, come negli ultimi decenni molti di noi ripetono a pappagallo seguendo le narrazioni becere di politicanti da strapazzo. Invece, Clementine emigra con la sua famiglia in Costa d’Avorio, dal Burkina Faso. Un’altra cosa che mi ha impressionato è che le sorelle di Clementine, tornate in Burkina Faso dalla Costa d’Avorio, hanno difficoltà ad abituarsi al cibo burkinabè! Cosa che per un europeo come me è inaudito: io pensavo che il cibo in Africa, fra due paesi confinanti soprattutto, fosse più o meno lo stesso.

Insomma, il libro di Clementine è una miniera di scoperte per noi poveri europei decadenti, figli di una civiltà al declino da un bel po’ di decenni. Se già Emil Cioran scriveva che l’uomo europeo contemporaneo, a differenza di quello moderno che cercava i nemici per combatterli, rifugge i nemici e scappa per paura di affrontarli. “L’Occidente è un cadavere profumato”, dice sempre Cioran.

Io ho incontrato Clementine all’osteria Filosofi di Perugia, a maggio, in un incontro su Thomas Sankara, presidente rivoluzionario del Burkina Faso, all’inizio degli anni ‘80, ucciso nel 1987. Anche di questi fatti Clementine accenna nel suo libro, lei è del 1977. Attenzione però, c’è autobiografia e autobiografia: qualcuno potrebbe pensare che scrivere la propria sia qualcosa di autoreferenziale e poco interessante, a meno che tu non sia una “celebrità”.

Clementine invece scrive con uno stile “epico” e, attraverso i suoi racconti semplici e “quotidiani”, utilizzando spesso un tono ironico o comunque leggero, a noi arrivano la cultura, le usanze, la storia di un popolo, o comunque del popolo di cui fa parte lei. Inoltre, Clementine ha le idee chiare sulla sua missione di narratrice; fin da quando, da ragazzina, aveva letto un libro di un autore africano pubblicato in Francia, sempre autobiografico, che la affascinò molto.

All’inizio della mia tesi di laurea, discussa nel 1997, scrivevo così: “Come scrive M.P. Guarducci in un articolo sulle letterature d’Africa, ‘la letteratura, attraverso la lingua, è il veicolo della cultura (…). ed essere colti di più culture è il primo passo per non soccombere nell’era della globalizzazione’”.

 

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