Viaggi elementali di Anna Maria Farabbi

Recensione di Martino Ciano. In copertina: “Viaggi elementali” di Anna Maria Farabbi, Qed Edizioni, 2025
Essere e non essere; io-nulla che si mischia al noi-nulla. No, non è un gioco di prestigio, semplicemente è ciò che racconta Anna Maria Farabbi nei suoi “Viaggi elementali”, in cui ogni forma narrativa e poetica viene piegata all’esigenza del “testimoniare” al di là dell’apparenza.
E che quanto fa l’autrice sia la distruzione del velo che tutto copre, che alimenta persino il nostro narcisismo, ci appare chiaro fin dalle prime righe. Una dichiarazione d’intenti netta ci stacca dalla materia e ci porta nel mezzo della natura mistica che sovrasta il mondo.
È in questo spazio che Farabbi si fa nulla, quindi parte del tutto che si lascia scrutare solo in superficie. Pensate a quando il mare è così limpido da permetterci di vedere il fondale. La prima impressione è che quel lembo in cui stiamo entrando non sia troppo profondo: ecco quella è la prima illusione in cui cadiamo da bambini, quando stiamo imparando a nuotare. Ed è proprio in questo trabocchetto che non scivola l’autrice di “Viaggi elementali”.
La sfida è non fermarsi all’impressione, ma immergersi perdendo progressivamente sé stessi. In tal senso anche la distanza si annulla, perché ciò che unisce il deserto a Kioto, o a un’isola del Mediterraneo, è quel senso di appartenenza a un’unica forma che sa dividersi, moltiplicarsi, annullarsi e rigenerarsi. È un’essenza al di là di ogni struttura da noi percepita, creata e inventata. È la pronuncia degli elementi che si manifestano a noi, ricordandoci che essi sono imperituri.
Parole precise delineano luoghi e sensazioni, scavando nella materia universale che s’apre alla conoscenza. Farabbi non è onirica, ma ha i piedi piantanti nella realtà, nell’attimo che sta fuori dal divenire. Cattura, imprime, lascia al lettore l’impressione che tutto sia intorno a noi, pronto per essere ammirato.
È in questo modo che violenza, sopraffazione, dolore e sofferenza diventano solo visioni di un’esistenza che l’uomo inquina, senza mai porsi tra gli elementi, ma convinto che ogni cosa, anche nelle sue manifestazioni disarmoniche, sia in suo potere. Farabbi ha una lettura diversa dell’esperienza e dell’arte: comunicano qualcosa che prima di tutto abbiamo dovuto ricevere.
