‘U burdell: un’estate postmoderna

“‘U burdell: un’estate postmoderna” è un racconto di Martino Ciano. In copertina una foto dell’autore modificata con l’intelligenza artificiale
All’epoca, a te piaceva l’invasione del paesello, il chiasso, la botta in corpo. Non esisteva la movida ma «‘u burdell». Se oggi la rivedessi, la chiameresti estate postmoderna in onore di tutto ciò che c’era dentro. Finalmente anche al tuo paese, con i tuoi occhi, avresti potuto assistere a cose che per mesi ammiravi solo nei film.
Stagione estiva 1999. Diciassette anni, come tutti gli anni della vita, avresti potuti averli una sola volta. Ne valeva la pena godersi la festa, la folla che si accalcava per prendere un po’ di aria vicino al mare. Era un via vai di biciclette e di motorini tra gente che bestemmiava e invocava ordine e sicurezza.
Ma «‘u burdell» era una giungla. Tu e i tuoi amici lo sapevate, perciò camminavate raso raso al muretto, ridendo di chi inciampava e scrutando con attenzione i movimenti di quelli più grandi di voi che giocavano ai «Giustizieri della notte». Così scoppiava la rissa e quelli che lanciavano il guanto di sfida gridavano: «Compà, vuoi cummannà a ‘na casa mia?». Ed erano schiaffi e pugni. E gente che fuggiva mentre voi vi divertivate, perché certe cose le avevate viste solo nei film.
Una sera, in una azzuffata spuntò un coltello che finì nella coscia di un «forestiero». Quello restò a terra. Frignava; si lamentava. Arrivò uno che si tolse la maglietta e la strinse vicino alla ferità per arrestare la fuoriuscita del sangue. Poi giunsero l’ambulanza e i Carabinieri. Tu e i tuoi amici guardavate tra estasi e incredulità. Uno di voi esclamò: «Cazzo, meglio di Gta!». L’area fu transennata e i Carabinieri cominciarono a fare domande. Come tutte le sere, la puzza di un depuratore cominciava a mischiarsi all’odore dei cornetti appena sfornati. Era tempo di andare via.
Tu e i tuoi amici vi siete allontanati per guardare con meraviglia quelli che facevano la fila davanti all’ingresso di una discoteca. La musica si propagava per chilometri, un piazzale veniva illuminato a giorno. Un gruppetto di ragazzi fumava hashish e beveva birra. «‘Sti calabrisi si fuman’ ‘sta merda», fece uno dopo aver buttato a terra la sua canna. Gli altri risero e uno ribatté: «Strunz’ si tu ca c’arregali e’ soldi».
Tu e i tuoi amici siete andati via da «‘u burdell’». Avevate voglia di un cornetto e vi siete infilati nella strada sfasciata che costeggiava il mare e i due parchi che venivano inondati d’inverno dalle onde. Chiamavate quel posto «Bagdad». Su un muretto, nella penombra, tra certe ragazze, solo tu hai notato una con i capelli ricci e due occhi grandi.
Vi siete catturati. Tu continuavi a camminare senza perderla di vista; lei ti seguiva e ti sorrideva sempre più man mano che ti allontanavi. I tuoi amici parlavano della rissa, perché in lontananza i lampeggianti blu ancora frizzavano. Per tuo cugino, quello era morto dissanguato. Ma non l’avreste mai saputo.
Niente cornetto per te che sentivi «‘u burdell» nel petto. Gli amici tuoi hanno chiesto perché non lo volevi; tu hai risposto che volevi tornare a «Bagdad». Tuo cugino si mise a ridere e ti chiese se ci avessi perso le scarpe, visto che lì «rubavano e rivendevano». Tu sei rimasto in silenzio: lei doveva rimanere un tuo segreto.
Sei passato per due sere consecutive per quella strada, ma non l’hai più trovata. Mentre ridevi e scherzavi con i tuoi amici, l’hai cercata con lo sguardo anche sul Lungomare, in mezzo a «‘u burdell», ma non hai intravisto neanche la sua ombra. Accadde un pomeriggio che vi incrociaste. Lei a piedi, tu eri in bicicletta. Vi siete inchiodati, poi fissati e infine sorrisi. Era fatta.
Avete parlato e vi siete scambiati il numero di cellulare. Bastava uno squillo per ritrovarvi. Per quindici giorni siete stati insieme, lontano da «‘u burdell» perché tanto vi bastava quello che facevate voi due insieme. L’ultimo giorno, prima che lei partisse, avete pianto e vi siete promessi che vi sareste sentiti lo stesso. «La distanza non ostacola l’amore». Ma come ogni promessa davanti al mare, nessuno dei due l’ha mantenuta. Di tutto ciò c’è traccia solo nella tua memoria.
Lasciata lei alle porte di «Bagdad», sei tornato dai tuoi amici in mezzo a «‘u burdell». La gente si spingeva e ogni tanto volava uno schiaffo; le biciclette invadevano il Lungomare; la spazzatura intorno decorava il paesaggio, perché qualcuno, per gioco, aveva rovesciato i cassonetti; l’odore di hashish e di erba vi faceva sentire figli della libertà e della Giamaica.
In lontananza, la musica dance si mischiava all’odore dei cornetti appena sfornati. La puzza del depuratore ricordava a tutti che era mezzanotte e trenta. Voi, massimo all’una, avreste dovuto essere a casa. Così avevano ordinato i vostri genitori.
