Il tarlo della mente

“Il tarlo della mente” di Maria Caterina Prezioso. In copertina un’immagine creata con l’intelligenza artificiale
Dicono di me discrete fandonie e ignobili virtù. Nessuno ha riconosciuto il mio profondo senso religioso. No, non sto scherzando o tentando la strada della satira. Sono il tarlo, il tarlo della mente, così mi hanno coniato e così mi odiano nella loro indifferenza. Ho creato il primo foro nel legno della storia e il primo dubbio nella mente. Io l’ho visto, ho visto la croce e la paura di uomo.
Quando i colpi furibondi hanno scolpito nel legno e imbrattato con il suo sangue, ho capito. Ho capito che non avevo possibile via di fuga. Ho ritrovato in me il suo struggente dolore. Inerme, ero inerme di fronte alla sua irragionevole agonia e per la prima volta ho depositato delle uova in quel legno che era la mia casa, era la sua croce.
Per anni ho seminato dubbi e uova e ogni volta speravo di ritrovare quella voce e il senso di divino in un volto umano. Poi un giorno ho dormito divorando tutto il legno che riposava vicino. Per secoli la mia progenie ha divorato, scavando lunghi tunnel, creando grotte e lacerando esili zampe di gazzella, ma quel primordiale sentimento di pietà non aveva fine.
Mi disprezzavo, ero incapace di dare sollievo, riuscivo solo ad annegare nel loro tormento. Inerme sempre inerme. Ora dormo annichilito, da molti anni nella spalla di una scrivania anni sessanta. Quando l’hanno comprata costava lire quindici mila. Ho visto le sue mani aprire e cercare nei cassetti, ho visto le sue mani crescere, ho visto tutto e a volte sento ancora quel tocco leggero che le è rimasto.
Ma di quella donna un particolare mi ha sempre scosso, a volte sconcertato. Lo stesso sentimento lacerante, impotente di pietà. Per questo non l’ho mai lasciata, abbandonarla significava abbandonare in silenzio l’aula del giudizio.
Oggi, è successo, oggi. Ascoltava la musica di Dio e ha osservato il mio foro, allora sono uscito per trovare sollievo nelle sue carezze. Non mi aveva mai visto. Dammi quella pace che vado cercando, anche sia il tuo gesto mortale di disgusto, calce viva, murato vivo per poter urlare il mio disprezzo finalmente.
Lei mi guardava e rideva. Mentre percorrevo tutto il dorso esterno della spalla in cerca della sua punizione, ho sentito la musica. È stato allora. Ho riso anche io. Per la prima volta forte senza paura del mio pudore. Lei guardava, ascoltava, stabat mater dolorosa, ancora quis est homo qui non fleret. Ho piegato la testa per udire la fine arrivare. Forte tenace pietà senza riscatto.
“Per alcuni istanti ho sperato di riaverti, poi il sogno color indaco mi ha fatto intuire la necessità di un silenzio. Lontano rumori di fuoco. È struggente la mia assenza, la tua presenza ha il sapore languido di un diniego sordo”.
