Sodoma e sudore

Sodoma e sudore

“Sodoma e sudore” è un racconto di Elisabetta Spanu. In copertina un’immagine creata con l’intelligenza artificiale 

Venerdi 17 Luglio, ore 20

Ci sono arrivata piano piano, lemme lemme, come quando un bel mattino ti svegli e ti rendi conto di non amare più chi ti sta a fianco, consapevole che è un processo iniziato da molto lontano.

Ecco, la sera del 17 io ho avuto chiaro di non amarla più. Il termometro della mia  città ha toccato i 45,2 gradi. La temperatura più alta mai registrata sino a quel momento. Quella sera sono andata a una presentazione letteraria, in riva al mare, un mare senza brezza. Sembrava di stare in un forno non ventilato e si sudava senza un attimo di tregua. Mi sentivo un cetriolo sotto sale, col viso unto come pancetta al sole.

Lì, mentre qualcuno declamava versi e io, perdendo liquidi, pensavo: «che cavolo ci faccio qui?», sono stata folgorata dalla certezza non solo di non amare più l’estate, ma addirittura di odiarla. Proprio come dice la canzone di Bruno Martino.

Eppure ho sempre amato l’estate, sin da quando ero adolescente. L’aspettavo, era la stagione più bella, quella degli amori appena nati e già finiti; quella dei primi baci. Chissà se gli adolescenti si baciano ancora, incollati stretti stretti con questo caldo. A me l’idea di stare incollata a un corpo fa venire subito la sudamina e inizio a scorticarmi, ma forse sono solo troppo vecchia e gli adolescenti limonano ancora sino ai semi.

Senza andare però troppo lontano nel tempo, ho sempre considerato l’estate la stagione più lussuriosa, quella dei desideri. Quella in cui il corpo sentiva tutta la sua potenza e, ancora bagnato di mare e brillante di sale, aspettava il rientro a casa per fare sesso e realizzare qualche desiderio proibito. L’emergenza climatica ha cominciato a rubarci i desideri  del corpo. E piano piano, lemme lemme, ci porterà via tutto e sarà molto peggio, perché, nonostante sia uno dei bisogni primari della piramide di Maslow, si può vivere anche senza sesso, per quanto male. Non si potrà  vivere, invece, senza aria condizionata e senza soldi. Ma questa è una vecchia storia. Quella di sempre: più sei povero più ti sarà tolto.

Comunque, al di là delle mie banali riflessioni di classe, la pelle è la prima barriera del corpo a soffrire di questo inferno annunciato. Si disidrata come una zolla di terra crepata e, sin dal primo mattino, si impasta con la crema idratante dopo doccia e con le cellule morte di abbronzatura. Da quel momento inizia la sequenza quotidiana: bestemmia/sudore/bestemmia e ci si trascina come zombie per la casa.

La schiena si trasforma in una pista dell’autodromo di Monza. E, anche se raccogli i capelli in un alto chignon anni Sessanta, la maledetta gocciolina si forma sulla nuca e comincia a correre e correre, rotolando sempre più veloce sino alla prima lombosacrale. A questo punto si perde il contatto, perché la disgraziata si incunea tra le due colline e io penso sempre che si giri indietro verso tanta lussuria e si trasformi in sale, come la moglie di Lot.

Un attimo biblico prima di ricominciare la sequenza successiva.

 

Post correlati