Umanità agostana: l’estate psico-ciclabile

Umanità agostana: l’estate psico-ciclabile

“Umanità agostana” è un racconto di Martino Ciano. In copertina un’immagine dell’autore modificata con l’intelligenza artificiale

In una sera d’estate, su un’approssimativa pista ciclabile, ti sei ritrovato circondato da uno sciame di biciclette elettriche munite di fari accecanti.

Eri pronto a sgomitare, a spaccare il naso a qualcuno, a mandarlo a terra come se dovessi disarcionare un cavaliere. Avevi puntato un biondino che poteva essere tuo nipote e che ti ha detto: «Scitateve signò. Par’ ca stat’ murenn’».

Non sai se si scrive così. Tu riporti tutto come testimonianza, come a voler chiosare la tua buona educazione. Infatti, hai risposto in italiano, volgare ma corrente. Hai detto: «Ti spacco il muso», nella lingua che prima Dante e poi Manzoni hanno coniato per tutti noi.

Fatto sta che lo sciame, con il biondino in testa, se n’è andato ridendo e intonando: «O’ scem’, o’ scem’». E tu rosicavi. Immaginavi torture e scorticamenti. Gustavi tra i timpani le urla di dolore; le suppliche e la voce del biondino che implorava la libertà con scuse improbabili tipo: «Vi prego, liberarmi, che c’ho cinque creature da sfamare».

Nel paese vicino, un’ordinanza ammaliatrice, come la storia della Fatina dei dentini, intimava ai giovanotti al di sotto dei quattordici anni di restare a casa dopo la mezzanotte. Ma tu li avevi visti comunque. Erano le due di notte, gridavano: «Che ce ne fotte, che ce ne fotte!».

Si mischiavano intorno a uno con un bermuda nero e una canottiera bianca, con sneakers nere a striscie gialle. Teneva una mano in tasca e fumava. Fumava una canna, spandendone l’odore. Si è avvicinato a uno che pisciava contro un muro, e mentre quello continuava a svuotarsi, lui gli infilò una bustina nella tasca di dietro e si è allontanato senza più voltarsi.

Quello invece prima sciabottò il suo “coso”, poi se lo rimise dentro e se ne andò dalla parte opposta. Tu stavi lì, seduto sulla bici, in mezzo al Lungomare. Osservavi, fotografavi mentalmente e contavi i ragazzetti suo loro aggeggi elettrici.

L’umanità agostana ti ispirava ordine e rispetto? No, era un bordello. Era un magnifico porcile. La festa dei motorini smarmittati; ragazzi che schiamazzavano e fanciulle che provocavano con gli sguardi.

Esiste questo mondo estivo di vomito e di giovinezza. Ti rimetti in sella e sulla pista ciclabile. Vuoi tornare a casa. Vuoi andare a dormire, a sognare le cose che facevi tu. Provavi invidia, volevi unirti a loro. Perciò odiavi quei ragazzini? Erano sfrontati, erano liberi, erano ignoranti.

«O’ scem’, o’ scem», grida di nuovo il gruppo capeggiato dal biondino. Stavano tutti fermi vicino a una fontanella e si spruzzavano acqua l’uno contro l’altro. Quando ti hanno visto, sei diventato il loro obiettivo. Tu hai proseguito per la tua strada, passando hai mostrato loro il dito medio.

Poco più avanti c’erano tre ragazzetti che tiravano pietre contro la porta in ferro di un magazzino abbandonato. «Sfondiamola!», grida uno di loro, mentre gli altri due si passano una bottiglia di birra.

Sei arrivato a casa alle tre e un quarto: della notte o della mattina? Eri eccitato e incazzato. L’umanità agostana ti aveva riaperto i ricordi, ciò che se ne stava in letargo. Ha un nome questa malattia?

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