Educazione alla solitudine

Educazione alla solitudine

“Educazione alla solitudine” è un racconto di Martino Ciano. In copertina un’immagine dell’autore

C’erano strade affollate lontane dal tuo sguardo. Mentre ti nascondevi dai loro occhi, nell’attesa che tutti sparissero, attraversavi la calca fissando visi che si scioglievano nella luce fioca dei lampioni.

E non comprendevi i loro schiamazzi. Anomali ti apparivano pure i sorrisi, e le risate, e il dolore che danzando si fingeva allegro. Era l’estate, l’educazione alla solitudine, la voglia di dormire per giorni interi. I pensieri ti soffocavano, la canicola ti rendeva indifeso.

Tutto correva; scappava via succube della fretta. «Un giorno che passa è un giorno in meno che ci resta da vivere», sussurrava tuo padre quando la pioggia lo teneva bloccato in casa. Si vedeva misero, un uomo in pensione pervaso dalla noia.

Davanti a te, una ragazza con le sue unghie appuntite, così curate da sembrare eleganti artigli, baciava il suo ragazzo. Lei gli poggiava le mani sul viso, lui le cingeva il bacino. L’azione si consumò in fretta, come se non dovesse trasparire nessun trasporto, come se tra loro si fosse intromessa la vergogna.

C’erano giorni nei quali dimenticavi il tuo nome e le tue sembianze. Come spirito dotato di sguardo a infrarossi trapassavi i corpi degli altri. Ti convincevi che i loro sentimenti fossero visibili, palpabili. Ciascuno portava con sé un dolore grigio come il cemento.

Nessuno leniva la sofferenza dell’altro, anzi la ingigantiva, la appesantiva. «L’altro non salva, semmai ti toglie il respiro», lo disse tuo padre dopo aver chiesto il pappagallo per pisciare. Era a letto, con una gamba fasciata. Quindici punti gli tenevano chiusa una ferita. Dopo quindici giorni dall’aver pronunciato quella frase, lui, tuo padre, andò a dormire e non si svegliò più.

L’estate moriva propagando la sua decomposizione attraverso l’afa. Ti sentivi contagiato, ti pareva di essere diventato inumano, senza nessuna consistenza. Spirito tra spiriti che inseguivano la salvezza? No, ti paragonavi di più a un’ombra, a un essere senza patria ancora innamorato delle proprie nostalgie.

Era l’educazione alla solitudine che ormai ti guidava. Come il libertino Casanova, morto malato e sdentato nel 1797, nel castello di Dux, in Boemia, prima dell’ultimo respiro avresti voluto dire di essere venuto al mondo da filosofo, ma che te ne stavi andando da cretino.

Sedevi su una panchina, davanti a te il mare e la quiete della notte. Ti donavi la solitudine e i suoi giochi intellettuali. Ti divertivi a immaginare la morte mentre eri in buona salute. Ti sentivi solo, nonostante qualcuno ancora si struggesse per possedere il tuo corpo e la tua anima.

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