Ruolo del romanzo e impegno letterari: una riflessione

“Ruolo del romanzo e impegno letterario” è un articolo di Alessio Barettini. In copertina un’immagine creata con l’intelligenza artificiale
Perché la letteratura italiana sia troppo confortante, troppo ammiccante al pubblico, è questione spinosa, sollevata frequentemente come critica tagliente e profonda e su diversi piani. Capirne le ragioni, dando per assunto che sia vero, non è ovvio.
Da tempo ritengo, non senza un filo di asprezza, che esista questa condizione nella forma di un ritardo storico, uno scollamento che si è configurato in modo incontrovertibile e netto da almeno un trentennio, forse di più.
Mi riferisco a una difficoltà attuale che non è verificabile soltanto nell’eccessivo sentimentalismo, nella mancanza di coraggio, nella ripetizione banalizzante di alcuni temi, ma nell’incapacità di raccontare gli eventi storici più recenti e più coevi.
Non che i romanzi attuali non parlino a noi, non che siano tutti romanzi ambientati in un passato lontano o in un astorico presente. Raramente si vede un tentativo di analisi storica, uno sguardo deciso, critico, specifico, su fatti storici attuali o appena conclusi.
Questo “schermo” è senz’altro il tratto più caratteristico di approcciarsi ai fatti storici più determinanti, la letteratura sembra non saper essere il grimaldello per capire meglio non solo un fatto o un insieme di fatti, ma un pezzo di coscienza collettiva. Allontanarsi da questo compito ardito e arduo porta a quella sfera critica di cui si dice.
Ma perché la letteratura dovrebbe avere questo compito?
Ogni scrittore, come ogni artista, ha prima di tutto delle responsabilità verso le proprie opere, ed è vero che nessuno scrittore è obbligato a essere un megafono sociale. Eppure, i drammi delle due guerre mondiali sono stati raccontati quasi in diretta, e persino un romanzo come “Gli indifferenti”, uscito nel 1929, racconta il presente pur venendo apprezzato anche da una parte del mondo fascista.
Anche molti romanzi successivi hanno raccontato pezzi della storia che si vedeva fuori dalla finestra dello studio dello scrittore: Calvino, Pasolini, Sciascia, solo per citarne alcuni. E non si può giudicare il passato con la lente del presente. E allora come mai nei romanzi degli ultimi decenni, in Italia, manca quasi totalmente il racconto di questi stessi anni?
Perché Capaci, via d’Amelio, Tangentopoli, Genova, gli attentati del 1993, la Seconda Repubblica sono quasi del tutto assenti nei romanzi di questi decenni?
Nel suo saggio sulla letteratura degli anni Settanta del Novecento. Una tragedia negata, Demetrio Paolin spiega come la narrativa che si è occupata del terrorismo italiano sia stata sempre in qualche modo ammorbidita da un punto di vista domestico, intimo, familiare, che avrebbe impedito un distacco certo da quei fatti.
Aggiungerei che una risposta utile per capire meglio la natura della situazione attuale risiede nel carico di ferite inconsce rimaste nel tessuto sociale italiano a partire da quegli anni.
Si dice spesso che l’Italia non abbia ancora fatto i conti con la propria storia, riferendosi al fascismo e al colonialismo, ma forse quei conti sono stati fatti fin troppo e quello che manca oggi è una rielaborazione, una rimarginatura dello scontro sociale degli anni ‘70, delle stragi, e, con la stessa intensità, del decennio complesso dei Novanta, mentre tutto il resto, gli ‘80 e i vent’anni del nuovo millennio sono stati proprio di sonno generalizzato, di rifiuto di prendersi carico di quelle ferite.
E allora? Dobbiamo aspettarci un carico di romanzi sugli anni ‘90 in questi prossimi anni?
Non lo possiamo sapere, ma possiamo interrogarci ancora su queste ferite. La letteratura dovrebbe servire a lenire, dice chi difende la letteratura attuale, o circostante, deve farmi sentire cose belle, deve farmi sentire buono, del resto gli italiani amano rappresentarsi in questo modo. Ma questo non è lenire, questo è rendersi proni.
A nessuno piace che la verità ci venga piazzata davanti se non siamo noi a volerlo. In un paese che non ha avuto un punto chiaro di passaggio di epoche, come è invece successo in Spagna e in Irlanda, solo per parlare di terrorismo, la coscienza collettiva resta complessa, contraddittoria, incompleta.
Forse la letteratura non può essere in grado di chiudere politicamente e simbolicamente un periodo o un insieme di fatti storici, ma può almeno provare a mostrare delle linee possibili di riflessione e di rielaborazione, di interpretazione dei desideri più latenti dei lettori.
Il processo di rimozione collettiva, insieme alla mancanza di un evento simbolico che sancisca un cambiamento, impedisce o rallenta uno sviluppo consapevole della società.
