Tempo sospeso

Tempo sospeso

“Tempo sospeso” è un articolo di Martino Ciano. In copertina un’immagine creata con l’intelligenza artificiale 

Dedicò al tempo sospeso la sua vita, quasi non volesse concedere a sé stesso tregua alcuna. Certe volte né dormiva né mangiava, preferiva abbandonarsi ai ricordi tristi e felici con una sigaretta tra le labbra e con lo sguardo acquoso. Avrebbe persino aperto la finestra del salotto, avrebbe spiccato il volo per lasciarsi sfracellare al suolo e provare sulla propria pelle la morte e poi risvegliarsi.

Narrava alla sua memoria una storia immaginata, mai vissuta, creata con pezzi di quotidianità intravista da dietro una finestra.  Gli procurava terrore la pioggia. Mai il tuono né il lampo, solo gli scrosci cadenti dal cielo lo mettevano in ansia. Pensava di annegare, di soccombere sotto l’acqua. Considerare la morte come rifugio gli faceva bene, gli dava un po’ di adrenalina.

Quando pensava all’amore, il tempo sospeso si faceva vivido, non più finzione. Si cristallizzava davanti ai suoi occhi. Lui ansimava, comparivano le brutte storie, i personaggi delle sue disavventure, le compagne perse lungo il tragitto, quelle tradite e quelle che ancora malediva per il solo fatto di aver incrociato il suo sguardo. Si sentiva stanco, privato, impotente. Se ne stava lì, per ore, nell’amor che nulla ha amato ma che non si accontentava di essere perdonato.

Scrisse un giorno: “Muoio ogni tanto, d’amore e per inganno. Mi rendo docile e indifferente, mi stringo le mani intorno al collo, tentenno, non perdo il respiro. Nei prati inviolati, tra la melma, i pozzi abbandonati, aridi e spalancati, si nasconde il tempo sospeso. Monumento, la mia memoria che non si schioda da un tronco di noce. Mi coglie la malinconia, impreparato, lame di coltelli tra i papaveri, rollio di erba per i miei dolori”.

Non parve a lui né una poesia né una dichiarazione, solo parole senza nessun rigore. Si lasciava andare alla noia, annusava la sua decomposizione. La pelle screpolata sulle mani e un sapore agrodolce nella bocca.  Così, come se penzolasse da una una corda, avvertiva il tempo sospeso. La morte nell’atto di nascere: la madre a gambe spalancate, la sua testa che sbuca dalla vagina dilatata, il pianto che sopraggiunge al primo respiro, il distacco che prende il sopravvento… poi sarà, giorno dopo giorno, un susseguirsi di vita e morte.

E di questi misteri, nel tempo sospeso, lui si infarciva fino a esplodere. L’evento naturale di una catastrofe che la sua mente costruiva mentre lui restava lì, disteso sul letto, con le braccia spalancate, lo sguardo fisso sul soffitto. Metteva fine al tempo sospeso sorridendo.

 

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