Non mi sono mai fidato degli yankee

Non mi sono mai fidato degli yankee

“Non mi sono mai fidato degli yankee” è un articolo di Martino Ciano. L’immagine di copertina è stata creata con l’intelligenza artificiale

Non mi sono mai fidato degli yankee, perché guardano con sospetto chi paga in contanti, mentre amano chi ha tanti debiti. E i loro debiti diventano anche i tuoi, solo che tu li devi risarcire con gli interessi, per anni e anni; e ti devi sottomettere a loro, per decenni e decenni, senza battere ciglio. Devi applaudire a ogni loro porcata, devi accettare che la storia la scrivano loro. Poi, quando non gli servi più, ti scaricano e ti abbandonano povero e malconcio.

Non mi sono mai fidato degli yankee, perché sono sanguisughe. La loro libertà d’espressione è libertà di fare affari su qualsiasi cosa. Non hanno scrupoli e si accaniscono contro chi dice “no”. Sono così convinti di essere speciali e intoccabili che hanno fatto commercio anche sul loro egocentrismo. Fumetti, film e videogiochi in cui ci sono yankee supereroi, tant’è che cresci con l’idea che tu, in confronto a loro, sei uno che neanche merita di vivere.

Se penso a quelli come me, nati negli anni Ottanta del Novecento, figli dell’ultima stagione del Piano Marshall e della Guerra Fredda, sento ancora il brivido dell’inganno. Felici e scattanti come i personaggi della Marvel, ci brillavano gli occhi di fronte a ogni cosa “Usa e getta”. Stelle e strisce su qualsiasi oggetto che se ne stava lì, in vetrina, come gli ammennicoli in un discorso tra ubriachi. Fottuti nel cervello e nell’anima, credevamo di essere nati nella parte fortunata del mondo. Poi, caduto l’Impero del Male, ci siamo ritrovati pieni di cicatrici e abbiamo capito che, per anni e anni, eravamo stati flagellati.

Ma mica volevamo andare con la Russia, ché a est si stava peggio. Quelli avevano le macchine che sembravano trattori e poi c’era qualcosa di inconscio, come un chiodo conficcato in fondo al cervello, che non ci faceva fidare di loro. Parlavano strano, scrivevano con lettere incomprensibili, mentre noi ci sentivamo a casa solo quando ascoltavamo la cadenza “americana”. E anche quando a scuola imparavamo l’inglese, noi pensavamo che fosse americano. Perché parlare americano era più figo del suono rigido dell’inglese.

Non mi sono mai fidato degli yankee, perché non mi hanno liberato, ma mi hanno venduto la liberazione. Sono venuti a fare il lavoro sporco, governando con supremazia come se si fossero aggiudicati un appalto. Oggi che ci scaricano, che ci abbandonano senza farsene accorgere — anche se ce lo dicono chiaramente — vengono ancora acclamati, considerati alleati.

Vero, quindi, che ci hanno fatto il lavaggio del cervello, lasciandoci tra i neuroni vistose scie chimiche.

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