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	<title>Spettacolo Archivi - BORDER LIBER</title>
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		<title>Baby Reindeer: trauma, introspezione e domande senza risposte</title>
		<link>https://www.borderliber.it/baby-reindeer-falzone/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 May 2024 03:51:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Letizia Falzone. In foto la locandina di &#8220;Baby Reindeer&#8221; presa dal web Baby Reindeer, la miniserie Netflix, ha conquistato il pubblico con la sua trama cruda e toccante, scatenando un acceso dibattito sul tema del trauma e delle sue conseguenze. Scritta, interpretata e ideata da Richard Gadd, è la storia di Donny, un [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Articolo di Letizia Falzone. In foto la locandina di &#8220;Baby Reindeer&#8221; presa dal web</strong></p>
<p>Baby Reindeer, la miniserie <strong>Netflix</strong>, ha conquistato il pubblico con la sua trama cruda e toccante, scatenando un acceso dibattito sul tema del trauma e delle sue conseguenze.</p>
<p>Scritta, interpretata e ideata da <strong>Richard Gadd</strong>, è la storia di <strong>Donny</strong>, un barista e aspirante comico. La sua vita cambia drasticamente il giorno in cui nel bar dove lavora arriva <strong>Martha</strong>, una ragazza all’apparenza normale che si invaghisce di lui, arrivando a mandargli numerose<strong> mail</strong> al giorno, e convinta di essere in una relazione con lui. Da quel momento <strong>Donny</strong> diventa vittima di <strong>stalking</strong> da parte della donna e nulla per lui sarà più come prima. La particolarità di questa serie? Tutto è accaduto per davvero; infatti, la storia raccontata è proprio quella della vita di <strong>Richard Gadd</strong>, perseguitato per quattro anni da una donna che lo chiamava <strong>“Baby Reindeer”, </strong>ossia Piccola renna.</p>
<p>La serie ci porta nella vita di <strong>Donny Dunn</strong>, un uomo segnato da un’esperienza traumatica che ha condizionato la sua identità, il suo orientamento sessuale, le sue relazioni e le sue scelte di vita. Lo vediamo alle prese con i fantasmi del passato, intrappolato in una spirale di dolore e rabbia che lo porta a compiere scelte impulsive e autodistruttive.</p>
<p><strong>Baby Reindeer</strong> esplora la complessa relazione tra vittima e carnefice. Del carnefice, in questo caso <strong>Martha la stalker</strong>, vediamo anche la parte più vulnerabile, quella che convince la giovane che quello che sta facendo sia giusto (quando chiaramente non lo è). Tratti notati non solo dallo spettatore, ma anche dalla vittima della storia, ovvero <strong>Donny</strong>, che prova compassione nei suoi confronti, nonostante tutto.</p>
<p>Questa relazione mostra come il trauma subito possa portare la persona ad assumere a sua volta atteggiamenti di sopraffazione. <strong>Donny</strong>, infatti, si ritrova invischiato in relazioni tossiche e subisce ulteriori abusi, incapace di spezzare il ciclo di violenza. Questo riporta alla luce il concetto di <strong>pluri-vittimizzazione</strong>, la tendenza di chi ha subito un trauma ad accumularne altri nel corso della vita.</p>
<p>In soli 7 episodi, <strong>Baby Reindeer</strong> offre spunti di riflessione profondi. L’esperienza di <strong>Donny</strong>, specchio di quella di <strong>Richard Gadd</strong>, diventa un invito all’introspezione. Guardando la serie, possiamo specchiarci nelle sue emozioni e provare a comprendere come i traumi del passato influenzino il nostro presente. Una narrazione incredibilmente forte ed ansiogena. Lo diventa ancor di più quando si capisce che è basata su 41.071 mail, 744 tweet, 46 messaggi Facebook, 106 pagine di lettere e 350 ore di messaggi vocali, che la donna ha davvero mandato al comico.</p>
<p>Ma Baby <strong>Reindeer</strong> non offre risposte facili. La rabbia e le conseguenze del trauma non scompaiono con la semplice presa di coscienza. Il percorso di guarigione è complesso e richiede tempo e impegno. La serie ci lascia con un’immagine di <strong>Donny</strong> seduto al bancone, dove tutto è iniziato, a simboleggiare la persistenza del trauma e la fragilità della condizione umana.</p>
<p><strong>Baby Reindeer</strong> è un’opera che scuote e fa riflettere. Non è una storia consolatoria, ma un pugno allo stomaco che ci spinge ad affrontare questioni scomode e ad interrogarci sulla natura del trauma e sulle sue conseguenze. È l’esempio perfetto di serie sullo stalking atipica, perché utilizza e analizza tematiche importanti in maniera differente rispetto ad altre dello stesso genere.</p>
<p>La vittima è imperfetta, il carnefice è insicuro, il dolore è allo stesso tempo necessario per trovare il coraggio di parlare e farsi sentire. <strong>Richard Gadd</strong> non è alla ricerca di compassione e non attua la spettacolarizzazione del suo dolore, bensì se ne libera definitivamente. Una serie dal potere attrattivo elevato che deve essere assolutamente vista, ma soprattutto compresa, non tramite manie di protagonismo dello spettatore, ma tramite l‘immedesimazione.</p>
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		<title>Blitz per Giovani Marmotte</title>
		<link>https://www.borderliber.it/blitz-per-giovani-marmotte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Feb 2024 00:10:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
		<category><![CDATA[Narrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Blitz]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[Ordine]]></category>
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		<category><![CDATA[Sirene]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
		<category><![CDATA[Spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Vita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo e foto di Martino Ciano Scrive un tizio su Facebook: Blitz per Giovani Marmotte.. Le vediamo correre, le gazzelle, con le loro luci affilate color blu elettrico e come baionette squarciano la pelle della notte. Ci tappiamo in casa, sentiamo e sghignazziamo, e attoniti ci chiediamo, anzi ipotizziamo, per &#8220;chi suona la sirena?&#8221;. Corre [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h4>Articolo e foto di Martino Ciano</h4>
<p>Scrive un tizio su Facebook: <strong>Blitz per Giovani Marmotte..</strong></p>
<p>Le vediamo correre, le gazzelle, con le loro luci affilate color blu elettrico e come baionette squarciano la pelle della notte. Ci tappiamo in casa, sentiamo e sghignazziamo, e attoniti ci chiediamo, anzi ipotizziamo, per <strong>&#8220;chi suona la sirena?&#8221;</strong>. Corre il pettegolezzo notturno lungo le chat sgrammaticate custodite dagli schermi illuminati a festa; tra un selfie e l&#8217;altro si attende la lista degli arrestati.</p>
<p>Che sia di qui o di là poco importa; domani, anzi per giorni interi, non si parlerà d&#8217;altro. Lo stupore scuoterà l&#8217;incredulità. <strong>&#8220;Tutto questo schifo mi sta intorno e io nulla sapevo?&#8221;</strong>, esclamerà interrogativo qualcuno mentre sorseggerà il caffè.</p>
<h3>Blitz di una notte</h3>
<p>Fasci di luce ovunque; sembra sia scoppiata una guerra; il cielo scuro sbava ombre. Tutto passerà, anzi è già passato. <strong>Un blitz o una rissa, uno spaccio continuo di speranze dietro cui rifugiarsi?</strong> Continuerà una mamma a cantare al figlioletto la ninnananna che le porte del sonno spalancherà. Un altro giorno è passato, la notte non è mai terminata.</p>
<p>Poi si darà fuoco alla gioia, con dolo o per autocombustione; fidati di me, sorella che hai deciso di andare via da questo posto per crescere meglio tuo figlio, non tornare più, che qui pur sapendo tutto fa stare bene non sapere niente.</p>
<p>Un bambino continua a sognare.<br />
Un giorno sarà un <strong>boy scout</strong> in cerca di una buona azione quotidiana da compiere.</p>
<p>Ora qualcuno dirà che questa è una storia vera.<br />
No, è solo la peggiore delle ipotesi che si rivela, che si mostra, che inganna tutti. Il tempo passa e qualcuno continua a mischiare le carte.<br />
Ogni cosa tornerà al suo posto: ogni <strong>blitz</strong> è solo una felice intrusione in vite che non appartengono a questo mondo.</p>
<p>Buona notte, sempre e ovunque.</p>
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		<title>False Flag. Quel potere che sa spettacolarizzare la tensione</title>
		<link>https://www.borderliber.it/false-flag-libro-perucchietti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jan 2024 01:24:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Collaborazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Complotto]]></category>
		<category><![CDATA[Contro storia]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Inchiesta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione e foto di Marco Ponzi Oggi, ma in realtà da sempre, la storia ci insegna a riconoscere le appartenenze. Chi vince la guerra piazza la propria bandiera sul territorio appena conquistato e diffonde il vessillo ovunque, in modo che sia visibile e identificabile. In battaglia, quando la guerra era anche una questione di onore [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Recensione e foto di Marco Ponzi</strong></em></p>
<p>Oggi, ma in realtà da sempre, la storia ci insegna a riconoscere le appartenenze. Chi vince la guerra piazza la propria bandiera sul territorio appena conquistato e diffonde il vessillo ovunque, in modo che sia visibile e identificabile.</p>
<p>In battaglia, quando la guerra era anche una questione di onore e veniva mossa, si fa per dire, per nobili ideali, rappresentare una nazione attraverso la bandiera, morire avvolti dentro di essa o compiere azioni eroiche era motivo di grande orgoglio.</p>
<p>La bandiera è quindi qualcosa di realmente identitario: è qualcosa che aggrega e riunisce perché rappresenta dei valori.</p>
<p>Nelle guerre moderne, però, tutto questo ha un po’ meno senso.</p>
<p>Ce lo spiega bene Enrica Perucchietti, autrice di questo interessante saggio. Non è un libro di strategia militare, ma un testo molto documentato che definirei un manuale per i governi, utile per scatenare delle guerre dando la colpa ad altri.</p>
<p>Infatti, False Flag significa addebitare la responsabilità di un evento (attentato, sabotaggio, assassinio, ecc&#8230;) a chi non c’entra nulla. Lo scopo, molto spesso, è avere la scusa per contrattaccare o per dichiarare di essere stati attaccati per poi difendersi, spesso prendendosi più libertà di quelle necessarie, adottando varie motivazioni fasulle atte a sostenere la tesi.</p>
<p>Gli esempi sono innumerevoli e, per i puri di cuore, questo libro potrebbe essere definito eretico. È decisamente un’opera molto poco mainstream, ma la ricca bibliografia testimonia che il fatto di non essere compresa nel racconto quotidiano della stampa o dell’informazione in generale non ne sminuisce il valore.</p>
<p>Si scopre, si fa per dire, che la CIA ha organizzato centinaia di azioni in stati esteri per sobillare delle rivolte, per condizionare il corso della storia. Tutto questo è stato fatto per mantenere un dominio, una sfera di influenza. Chi volesse approfondire potrebbe semplicemente osservare con spirito critico le decisioni prese in questo preciso momento dai governi più potenti e domandarsi il perché di certe scelte.</p>
<p>Si scopre, sempre facendo finta di non saperlo, che la CIA ha delle responsabilità nell’omicidio Kennedy, il quale a sua volta l’aveva incaricata di portare avanti azioni “di disturbo” all’estero, approvandone, quindi, le azioni, anche criminali.</p>
<p>La CIA, il Mossad israeliano o i servizi segreti britannici che operavano in collaborazione con quelli pakistani e molti altri, andavano dove bisognava intervenire.</p>
<p>“Operavano” però non è la coniugazione più corretta, nemmeno la più attuale.</p>
<p>Si scopre, ma sempre perché noi lettori siamo ingenui, che spesso le azioni più infami venivano “affidate” a persone che avevano bisogno di soldi, a fanatici, a psicolabili, eventualmente da eliminare qualche tempo dopo ritenendoli responsabili, all’occorrenza, di un atroce attentato.</p>
<p>Questo modo di agire è tipico degli attentati di (presunta) matrice islamica attuati negli ultimi decenni, ma non solo. Alcuni di questi attentati sono stati spiegati in modo sbrigativo anche se il dubbio che le cose non siano andate come raccontato è più che legittimo… sempre che si voglia usare la parola “dubbio” e non la parola “certezza”. Questo perché è molto più facile dare la colpa a un nemico esterno che non a uno interno o, semplicemente, per non dover spiegare pratiche criminali messe in atto da governi legittimati dal voto popolare.</p>
<p>Molte operazioni sono state portate avanti per interrompere un processo di pace in atto o degli accordi che non stavano bene a certe nazioni del mondo, sempre per salvaguardare il proprio ruolo di potere nello scacchiere internazionale o per motivi miseramente economici, a discapito delle popolazioni ignare. Dunque vedremo delle false flag che arrivano con grande tempismo un minuto prima della firma di un trattato, o durante una tregua.</p>
<p>Di False Flag è piena anche la contemporaneità: si è visto con l’attentato al North Stream durante il conflitto russo-ucraino e se ne possono facilmente sospettare di ulteriori e aspettarsene di nuove. Per scoprirle basterebbe porsi la domanda: “a chi è convenuto provocare tale delitto?”. Di solito, si seguono i soldi perché non sono più gli ideali che muovono le guerre odierne, non più, e da molto tempo, o forse non lo sono mai stati.</p>
<p>Questo è un libro che farà arrabbiare chi crede devotamente al mainstream e rassegnare chi non gli ha mai creduto, ma è comunque un ottimo spunto per delle riflessioni che sfuggono troppo spesso al dibattito portato avanti da politici gretti che eseguono degli ordini solo per mantenere la propria rendita di posizione.</p>
<p>Il libro contiene delle storie da cui si potrebbero ricavare dei film, americani ovviamente, film horror, drammatici, che non avrebbero bisogno di alcuna aggiunta. Purtroppo è bastata la realtà.</p>
<p>Potrei concludere affermando che questo saggio sia anche molto tranquillizzante perché, sapendo come si comporta l’informazione (corrotta) a livello nazionale e internazionale, ci si potrà organizzare la vita in modo più sereno, sicuri che la strategia della tensione o del terrore è una messinscena per dominare le masse.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La disinformazione è cosa buona e giusta</title>
		<link>https://www.borderliber.it/la-disinformazione-e-cosa-buona-e-giusta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 May 2023 02:57:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di Martino Ciano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;La disinformazione è cosa buona e giusta&#8221; è un articolo di Martino Ciano. La foto in copertina è stata scattata e rielaborata dall&#8217;autore L&#8217;accumulo di informazione quotidiana serve a poco. Lo si capisce da ciò che si legge, si vede e si ascolta. Notizie che non sono notizie che vorrebbero alimentare dibattiti da cui a [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;La disinformazione è cosa buona e giusta&#8221; è un articolo di Martino Ciano. La foto in copertina è stata scattata e rielaborata dall&#8217;autore</strong></p>
<p>L&#8217;accumulo di informazione quotidiana serve a poco. Lo si capisce da ciò che si legge, si vede e si ascolta. <strong>Notizie che non sono notizie che vorrebbero alimentare dibattiti da cui a loro volta nascerebbero altre notizie.</strong> Ecco la catena di montaggio in cui però anche i ruoli si confondono. La verità apparente declamata da operatori dell&#8217;informazione è certificata da un consenso che ha radici nel potere. <strong>È tutto funzionale al non senso. Ecco la disinformazione</strong></p>
<p>La giungla non è un posto in ordine e nessuno vuole provare nell&#8217;impresa. <strong>Sopravvive quello spirito caotico che si autoalimentata e che cerca nuovi canali di commercio della propria identità.</strong> Per questo motivo si può raccontare di un&#8217;alluvione con lo stesso entusiasmo con cui si descrive una sfilata di moda. Colpire l&#8217;emozione, bucare la pancia. <strong>Tutto è commercio</strong>; il click è consenso a trasmettere una pubblicità, la volontà di un acquirente convinto di essere in possesso di informazioni utili, vere e di prima mano.</p>
<p><strong>Abbiamo post di Facebook, Twitter, dirette, videomessaggi di persone illustri e di politici spammati ovunque.</strong> Opinioni fluttuanti e zeppe di <strong>copia e incolla</strong> sbagliati all&#8217;origine, che vengono date in pasto a un&#8217;opinione pubblica che non vede l&#8217;ora di indignarsi e di maledire il potere.</p>
<p><strong>Non siamo persone votate all&#8217;ottimismo.</strong> No, la tragedia piace, ci piace ascoltare ogni dettaglio di uno scandalo. Anche il furto di un pezzo di formaggio in un supermercato di provincia è raccontato come se fosse il tassello di un complotto che vuole ferire a morte il benessere che ognuno di noi si è conquistato con tanti sacrifici.</p>
<p><strong>Quali sacrifici?</strong> Quelli della gavetta che sono il simbolo di una <strong>schiavitù volontaria</strong> sottoscritta a colpi di compromessi. <strong>Si dice che con l&#8217;età adulta ci si sia guadagnati anche il diritto a essere ipocriti.</strong> Ecco, è così. La libertà quindi è anche la scelta di non sapere, di non volere stringere affari con i media, di non aver bisogno a tutti i costi di sapere che cosa succede nel mondo. Esiste anche la necessità di abolire il contradittorio, se banale è la discussione; ma come sempre la peggiore delle malattie, per giunta contagiosa, è la convinzione che tutto sia democraticamente regolato.</p>
<p>Non trovo invece nulla di democratico in immagini che vengono filtrate e montate in sequenza secondo una logica delle emozioni. Forse, vivere ignorando megafoni stonati è l&#8217;unica scelta giusta da fare. <strong>Questa è la disinformazione!</strong></p>
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		<title>Sapri. Alla scoperta del Teatro di Burattini “Antonio Mercurio”</title>
		<link>https://www.borderliber.it/sapr-teatro-burattini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinociano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Jan 2023 01:13:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Border News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Articolo di Roberta Manfredi C’era una volta il signor Ferraiolo che, lasciata la sua compagnia teatrale, decise di traslare la sua esperienza e le sue competenze sui burattini. Potrebbe iniziare così, come una fiaba, la storia del Teatro di Burattini “Antonio Mercurio” di stanza a Sapri; e della fiaba ha, del resto, l’elemento imprescindibile della [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Articolo di Roberta Manfredi</strong></em></p>
<p>C’era una volta il signor Ferraiolo che, lasciata la sua compagnia teatrale, decise di traslare la sua esperienza e le sue competenze sui burattini. Potrebbe iniziare così, come una fiaba, la storia del Teatro di Burattini “Antonio Mercurio” di stanza a Sapri; e della fiaba ha, del resto, l’elemento imprescindibile della magia che questa arte porta con sé.</p>
<p>Bisognerebbe allora proseguire raccontando che la seconda guerra mondiale costituì una battuta d’arresto all’attività del capostipite Ferraiolo a cui, subito dopo, il figlio Vincenzo, in società con Ciro Mercurio, nonno di Antonio, diede nuova linfa, portandola in giro per tutta la Campania e poi pian piano per tutta Italia. Quando i due giunsero nella cittadina del Golfo di Policastro, sul finire degli anni ’40, si chiamavano ancora Ferraiolo, ma poi, al momento di dividersi le piazze, si divisero anche i cognomi – come racconta Antonio – e qui rimasero appunto i Mercurio.</p>
<p>A quell’epoca Sapri era un piccolo borgo prostrato dai pesanti bombardamenti inglesi, susseguitisi dal 15 agosto all’8 settembre 1943, che avevano mietuto centinaia di vittime tra la popolazione civile e raso al suolo moltissimi edifici, tra cui la chiesa barocca dedicata a San Giovanni Battista, risalente al primo Seicento; eppure essa doveva essere culturalmente viva negli anni precedenti a quei tragici fatti: «Di festival ancora odo le note» scriveva, con una punta di nostalgia, il saprese Alfonso Miele in una poesia composta proprio in quell’8 settembre 1943 e citata da Luigi Tancredi nel suo libro “Sapri giovane e antica”, oggi consultabile presso la Biblioteca Comunale “Biagio Mercadante”. (<a href="https://www.borderliber.it/biblioteche-a-sapri-undici-mila-volumi-da-consultare/">di cui si è detto al seguente link</a>).</p>
<p>L’incontro della città con il teatro risale a un’epoca antica: quella romana, per la precisione; il luogo fu infatti sede di un insediamento le cui emergenze furono viste e descritte dallo storico Antonini nel libro “La Lucania” nel corso del XVIII secolo; negli estratti riportati sempre da Tancredi, oltre che delle terme, tuttora visibili nella zona di Santa Croce, all’ingresso nord-ovest del paese, egli parla anche, appunto, di un teatro «i cui gradi manifestamente il mostrano», aggiungendo che «se non era Sapri una gran città, doveva almeno essere di qualche considerazione, tenendo il teatro».</p>
<p>Se la presenza di un teatro, come sottolinea Antonini, era un fiore all’occhiello che poteva facilmente decretare il prestigio di un luogo, bisogna riconoscere alla Sapri dell’epoca contemporanea svariati incontri con quest’arte.</p>
<p>Nel 1898, sorge, proprio dove Antonini scorse i resti dell’insediamento romano, il Collegio di Santa Croce, con annessa chiesa neogotica: il primo istituto deputato all’istruzione dei giovani del circondario; l’opera fu fortemente voluta dal Cavaliere Giuseppe Cesarino, un grande filantropo del posto, cui si deve anche un edificio liberty, con tanto di torre a bovindo, in centro, a pochi passi da dove, oggi, è sito il Comune; in un’aula del collegio si trovava, fino alla metà del secolo scorso, un piccolo palcoscenico dotato di fondale e boccascena decorato.</p>
<p>Negli anni dell’immediato dopoguerra, poi, proprio mentre i Ferraiolo-Mercurio facevano il loro primo ingresso in città, si inaugurò il cine-teatro “Ferrari” che permise a moltissime compagnie amatoriali locali di calcare le sue tavole, diffondendo così anche spettacoli con attori in carne e ossa.</p>
<p>Da ultimo si cita, in anni più tardi, la compagnia filodrammatica del maestro Giovanni Sorrentino che annoverava tra le sue schiere il maestro Antonino Violi, il quale riscosse enorme successo nel ruolo di Ferdinando Quagliuolo nella rappresentazione della commedia “Non ti pago” di Eduardo De Filippo. Correva l’anno 1969.</p>
<p>Se torniamo all’incipit di questa storia, salterà subito agli occhi come il capostipite Ferraiolo, prima di cimentarsi con i burattini aveva fatto parte per anni di una compagnia teatrale, e sono proprio i testi portati sul palcoscenico da quest’ultima che egli rivisita perché siano interpretati dai piccoli attori di legno.</p>
<p>Emergono così, dal repertorio che il Teatro Mercurio mantiene immutato dal sodalizio coi Ferraiolo, opere che si rifanno alla grande tradizione partenopea, scarpettiana soprattutto, evidenziate ulteriormente dalla presenza del Sciosciammocca quale spalla comica di Pulcinella; un Sciosciammocca al cui burattino sono stati conferiti gli inconfondibili connotati del principe della risata, che diede notorietà a questo buffo anche al cinema, nella pellicola “Miseria e Nobiltà”, diretta da Mario Mattoli nel 1954.</p>
<p>Ma Totò non è l’unico volto celebre che, in formato ligneo, anima le avventure proposte dal Teatro Mercurio: inconfondibile è pure Eduardo De Filippo, utilizzato per la parte del vecchio; mentre, a differenza del classico Pulcinella burattino, quello dei Mercurio, così come dei Ferraiolo, indossa, sotto il camicione bianco tipico della maschera, anche la maglia rossa introdotta da Petito.</p>
<p>Proprio “Miseria e Nobiltà” fa parte del repertorio, in una rivisitazione che non solo sostituisce il Pulcinella al Sciosciammocca, ma che insiste fortemente sul divario sociale, rendendolo ben visibile nella differenza dei cibi consumati dalle classi subalterne e dalla borghesia; pietanze, quelle di cui si alimenta abitualmente quest’ultima, che Pulcinella e il compare Mastro Raffaele non hanno mai visto, né sentito nominare e dunque non riescono neppure a immaginarle, dando adito a una serie di equivoci e giochi di parole davvero esilaranti.</p>
<p>Antonio Pizzo, autore del libro “Scarpetta e Sciosciammocca: nascita di un buffo”, pure questo presente nel patrimonio della “Mercadante”, sottolinea come quest’opera datata la 1887, trovi un precedente nelle produzione dello stesso Scarpetta, in particolare nei temi della convivenza di Sciosciammocca con un suo amico, in questo caso proprio lo stesso Pulcinella, e dell’impossibilità di entrambi a sfamare le rispettive mogli; i due amici vengono perciò visitati dal diavolo, che promette loro diecimila ducati a patto che commettano un omicidio.</p>
<p>La rappresentazione, virata sull’opera buffa, si intitola “Gli spiriti dell’aria” e conosce alcuni punti in comune con uno spettacolo del Teatro Mercurio: “Pulcinella e Felice Sciosciammocca nello scongiuro dei diavoli”; qui viene ripresa la tematica della promessa dei soldi da parte del diavolo il quale, in questo caso, dona a Pulcinella «una borsa di Luigi d’oro che vale milioni»; degno di nota anche il fatto che il Lucifero, primo a comparire sulla scena, chiami a raccolta la schiera degli «spiriti del vento» con evidente rimando al titolo del lavoro scarpettiano.</p>
<p>Il demonio è presente anche in un’altra commedia dei Mercurio: “Pulcinella principe dell’Inferno” e tale presenza non è forse così casuale: non bisogna del resto dimenticare che Pulcinella è una maschera della Commedia dell’Arte e, come sottolinea Siro Ferrone nel libro “La Commedia dell’Arte – Attori e attrici italiani in Europa (XVI-XVIII secolo)”, «la maschera evocherebbe […] una zona liminale fra il terreno e l’ultraterreno […]. Nella pastorale La Fiammella, data alle stampe dall’attore Bartolomeo Rossi, è la maschera di Pantalone a scendere sottoterra per tentare di sottrarre ai diavoli e riportare nel mondo, grazie all’arte negromantica, lo Zanni Bergamino e il Dottore. E nere appaiono le maschere che coprono i volti di questi reduci dai fumi e dalle fiamme d’Averno, a causa della fuliggine che si è incrostata sulla loro pelle e che li fa diversi, figure intermedie, appunto, tra la vita e la morte».</p>
<p>Nell’ambito della Commedia dell’Arte Pulcinella nasce servo sciocco: il suo compito è quello di cooperare con il servo astuto Coviello al fine di far convolare a giuste nozze il primo innamorato e la prima innamorata, osteggiate dal padre di lei che ha promesso la figlia ad un altro, in un intreccio che si ripete costantemente. In “Pulcinella principe dell’Inferno” la maschera viene promossa, e da servo sciocco diviene primo innamorato; al diavolo il compito di aiutarlo a sposare Luisella, nonostante i tentativi del rivale Papiluccio Naso Di Cane di sabotare il matrimonio.</p>
<p>Le commedie dei Mercurio, di cui si sono potuti citare solo pochi, per quanto significativi esempi, mostrano dunque un fortissimo retroterra culturale che fa di questo teatro di burattini non solo un fiore all’occhiello per la città di Sapri, ma anche un importantissimo ponte fra passato e futuro, un mezzo che sappia divulgare e preservare per i posteri una tradizione ricchissima che non deve in nessun modo venire meno.</p>
<p>L’invito, riservato indistintamente a grandi e piccini, è dunque quello di venire a vedere coi propri occhi!</p>
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